TRIESTE – “Sono venuta qui per guardarlo negli occhi. Perché quella sera nella Casa del clero c’erano solo quello e monsignor Rocco”.
“Quello” è don Paolo Piccoli, 52 anni, il sacerdote ora in Friuli ma per anni parroco di Pizzoli (L’Aquila), accusato dell’omicidio di don Giuseppe Rocco, l’anziano sacerdote ucciso il 25 aprile del 2014 nella Casa del clero di Trieste.
Come riporta il quotidiano Il Centro, a parlare nel corridoio al secondo piano del Tribunale, tradendo emozione, rabbia e forse anche risentimento, è Eleonora “Laura” Dibitonto, l’assistente di don Rocco.
Il processo è stato rinviato al prossimo 28 febbraio, la difesa dell’imputato ha contestato delle discrepanze fra gli accertamenti peritali e quelli degli inquirenti, paventando denunce per falso.
Piccoli è ritenuto essere l’assassino dal pm Matteo Tripani: colui che ha stretto le proprie mani al collo dell’anziano monsignore.
Ma don Piccoli ieri, davanti al gup Giorgio Nicoli, non c’era. Assente. È rimasto a Imperia, ben lontano da Trieste, dov’era stato mandato dal vescovo Crepaldi dopo che il clamoroso caso era scoppiato e la bufera giudiziaria lo aveva colpito, anzi travolto.
Chi era presente invece era una nipote di monsignor Rocco che si è costituita parte civile, come pure altre due parenti, tramite l’avvocato Libero Coslovich.
Se don Piccoli dovesse essere condannato per l’omicidio, dovrà dunque anche risarcire i parenti della vittima.






