L’AQUILA – Stipendi inferiori di 8,7 punti rispetto al 2008, con la mancanza di meccanismi automatici di adeguamento all’inflazione che ha determinato una progressiva erosione del potere d’acquisto, accentuata dall’aumento del costo della vita e delle spese energetiche conseguenti ai recenti conflitti internazionali.
La fotografia impietosa scattata nel Rapporto mondiale sui salari dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) è ancora più nitida nel giorno della Festa dei lavoratori con l’Italia che avverte più degli altri Paesi europei quella diventata una emergenza reale.
Peggio dell’Italia non ha fatto nessuno. Giappone, Spagna, Regno Unito: tutti colpiti, ma meno duramente. Dal lato opposto la Germania: +15% nello stesso periodo. A picco dopo la crisi del 2009, i salari italiani non si sono mai davvero ripresi. Giulia De Lazzari, specialista dell’Oil, sintetizza così: “l’Italia è fanalino di coda del G20 per dinamica salariale reale. Altrove si cresce, ma non qui”.
A lanciare un nuovo allarme è stato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Sappiamo tutti come le questioni salariali siano fondamentali per la riduzione delle disuguaglianze, per un equo godimento dei frutti offerti dall’innovazione, dal progresso. Tante famiglie non reggono l’aumento del costo della vita. Salari insufficienti sono una grande questione per l’Italia”.
Sempre più lavoratori poveri che ridimensionano anche quei segnali “positivi e incoraggianti” arrivati dal mercato del lavoro abruzzese: secondo i dati forniti dall’assessore regionale al ramo Tiziana Magnacca il tasso di occupazione non è mai così alto con il 61,2% degli occupati in regione, pari a oltre 508 mila lavoratori in attività, e con un tasso di disoccupazione che è sceso, nel 2024, al 7,2% dall’8,3% del 2023.
Insieme agli occupati, si osserva quindi, aumentano anche i lavoratori poveri.
Secondo i dati Eurostat più aggiornati, relativi al 2022, la retribuzione oraria mediana in Italia è di 13,05 euro lordi. Mediana – sottolinea Pagella Politica – significa che metà dei lavoratori guadagna meno di questa cifra, l’altra metà di più. Questo dato include il costo totale del lavoro per l’impresa, quindi anche i contributi previdenziali. L’Italia si colloca appena sotto la media dell’Unione europea e della zona euro. Tra i grandi Paesi Ue, supera solo la Spagna e fa peggio di Francia e Germania. In cima alla classifica c’è la Svizzera, in fondo l’Albania.
Prendendo i dati Eurostat più aggiornati, relativi al 2023 e a un lavoratore single, senza figli, che percepisce il salario medio nazionale: in questo scenario, il salario netto annuo in Italia è di circa 24.200 euro. Anche qui l’Italia si colloca sotto la media europea, ma sopra la Spagna e altri Paesi con economie minori. Rimane però ben distante da Francia e Germania, e ancora di più dai Paesi del Nord Europa o dalla Svizzera.
Il fatto che l’Italia non sia il Paese con gli stipendi più bassi dell’intero continente non significa che tutto va bene. Il problema principale, infatti, è la scarsa crescita dei salari negli ultimi decenni. Dal 2000 al 2023 – evidenzia ancora Pagella Politica -, i salari netti annui dei lavoratori single in Italia sono aumentati molto meno rispetto a quelli dei tre principali Paesi Ue (Germania, Francia e Spagna). Dopo la pandemia di COVID-19, questo divario si è ulteriormente ampliato.
Il dato diventa ancora più grave se si guarda ai salari reali: in questo caso, usiamo i dati dell’Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che permettono di fare un confronto più approfondito nel tempo (per la diversa metodologia di calcolo, le cifre possono non corrispondere con quelle di Eurostat, ma quello che conta è la tendenza nel tempo). Tra il 1990 e il 2023, in Italia le retribuzioni lorde medie annue, espresse in valori reali e a parità di potere d’acquisto, sono di fatto rimaste ferme, mentre sono cresciute negli altri grandi Paesi Ue.
Per Assoutenti, ”gli italiani pagano ancora oggi il conto del caro-prezzi scoppiato in Italia tra il 2022 e il 2023, al punto che le retribuzioni reali risultano a marzo 2025 inferiori dell’8% rispetto ai dati di gennaio 2021. I servizi privati e la pubblica amministrazione sono quelli più colpiti dalla perdita di potere d’acquisto, e nonostante la crescita nominale dei salari registrata a marzo la situazione non appare rosea”, spiega il presidente Gabriele Melluso.
“L’inflazione ha infatti rialzato la testa nell’ultimo mese, e tensioni si registrano sul fronte dei beni alimentari che registrano un aumento dei listini più sostenuto. I maggiori costi a carico delle famiglie per l’acquisto di beni primari rischiano di aggravare il gap con il passato, una situazione su cui incombe la spada di Damocle dei dazi. In caso di guerra commerciale tra Usa e Ue, infatti, i prezzi al dettaglio potrebbero subire un ulteriore scossone con ripercussioni dirette sulla capacità di spesa dei cittadini”, osserva ancora Melluso.
Di fronte a condizioni dell’occupazione giovanile segnate dal lavoro precario e part time – e dai bassi salari – centinaia di migliaia di giovani italiani hanno scelto di emigrare.
Nel 2024 – riassume la Cgil – sono emigrate dall’Italia 191 mila persone, delle quali 156 mila cittadini italiani (+36,5% rispetto al 2023), diretti soprattutto in Germania, Spagna, Regno Unito Svizzera e Francia. I rimpatri di italiani sono stati 53 mila, con un saldo negativo di 103 mila persone.
Recenti pubblicazioni hanno aggiunto ulteriori informazioni sull’emigrazione italiana, mostrando che si tratta soprattutto di giovani e in misura crescente di persone laureate. Se consideriamo le persone tra i 18 e 34 anni, l’emigrazione è andata crescendo e tra il 2011 e il 2023 sono espatriati 550 mila giovani italiani, con un saldo negativo di 377 mila persone. Tra questi, la quota di laureati è aumentata ogni anno, arrivando nel 2023 al 43%.
Di fronte alla diffusione in Italia di lavori precari e part time che colpiscono in misura prevalente i giovani, l’emigrazione per molti di questi è diventata una strada obbligata.
Per il segretario generale della Confael, Domenico Marrella: “la sicurezza nei luoghi di lavoro e la scarsa crescita dei salari sono le vere emergenze che affliggono il mondo del lavoro in Italia e che richiedono misure urgenti”.
Sul fronte dei salari per il leader della Confederazione autonoma europea dei lavoratori ”il crollo del potere d’acquisto dei lavoratori italiani emerge con particolare evidenza in un contesto geopolitico ed economico come quello attuale. Questo fenomeno, lungi dall’essere contingente, si configura come una criticità strutturale che affonda le radici in dinamiche di lungo periodo e che richiede interventi sistemici e coordinati. I salari italiani sono sostanzialmente fermi ai livelli del 2008″.
Per il leader della Confael ”la questione salariale è indissolubilmente legata alla precarizzazione del lavoro. L’assenza di stabilità occupazionale rappresenta un potente freno alla formazione di nuovi nuclei familiari, alla natalità e agli investimenti a lungo termine, con ripercussioni profonde sul tessuto sociale del Paese. Le nuove generazioni, in particolare, si trovano a fronteggiare condizioni economiche nettamente più sfavorevoli rispetto a quelle dei loro genitori, con un deterioramento delle prospettive che non ha precedenti negli ultimi decenni”.
“La Festa del Lavoro – conclude Marrella, – deve essere, quindi, anche un momento di riflessione. Perché il mondo non sta cambiando, ma è già cambiato. Le parti sociali ancora una volta devono essere l’ultimo baluardo a tutela della legalità, dei diritti sociali e della dignità di chi ogni giorno svolge il proprio lavoro”.






