L’AQUILA – Fare sistema è più facile a dirsi, nel corso dei convegni, che a farsi. E piccolo, anzi minuscolo, in Abruzzo è per molti bello.
Lo prova il fatto che nessun Comune sotto i 5 mila abitanti ha avviato un processo di fusione con altri Comuni di pari dimensione, nonostante gli importanti incentivi previsti dalle leggi statali e a breve anche da una legge regionale, a cui si aggiungeranno altri grandi vantaggi in termini di efficienza amministrativa e di economie di scala.
Non ovunque è così in Italia, dove nel 2014 sono stati 26 i nuovi Comuni nati da accorpamento, di cui 10 in Lombardia, 7 in Toscana, 4 in Emilia Romagna, 2 nelle Marche e nel Veneto, 1 in Campania. Ed altri Comuni si apprestano a farlo avviando l’iter che prevedeanche un referendum consultivo.
In altre Regioni, Abruzzo compreso, invece non si muove foglia, a prevalere sembra essere l’arroccamento intorno al campanile, a improbabili identità culturali, rispetto a chi vive dall’altro lato della vallata, sulla collina affianco, l’attaccamento ad un blasone amministrativo e alla difesa di una manciata di posizioni dirigenziali. Non si va oltre la condivisione di qualche servizio, peraltro imposta dalla legge.
Eppure in Abruzzo i piccoli Comuni sotto i 5 mila abitanti sono al di sopra della media nazionale, non l’eccezione ma la quasi regola: 249 su 305, e di essi 119 addirittura sotto i 1.000 abitanti, dove ha poco senso, dimostra uno studio del Ministero degli interni, tenere in vita distinti Consigli e Giunte comunali, con rispettive burocrazie, e indire elezioni per cui si stentano a trovare anche i candidati per ricoprire cariche quasi sempre a titolo gratuito. Elezioni che spesso lacerano le piccole comunità e guastano i rapporti inter personali, ben oltre i tempi stretti e concitati della campagna elettorale e del voto.
Uno studio del Viminale dimostra che le spese correnti di un comune sotto i 500 abitanti è pari a 1.077 euro per ciascun cittadino contribuente, mentre in un Comune di 1.000 abitanti il costo crolla a 663 euro, in uno di 3 mila abitanti arriva 582 euro pro capite. Per fare e anche meglio le stesse cose.
Consapevole del ritardo, il consigliere regionale del Centro democratico Maurizio di Nicola ha già depositato una proposta di legge che prevede incentivi, quantificati in 20 milioni di euro da individuare ancora nelle voci di bilancio da parte della Regione, che si aggiungerebbero a quelli già previsti dallo Stato centrale, con la legge 183 del 2011 e con il decreto ministeriale del 21 gennaio 2015 firmato da Graziano Delrio.
Nel provvedimento regionale già calendarizzato dalle commissioni competenti, si stabilisce che la Regione Abruzzo erogherà al Comune risultante dalla fusione un contributo una tantum di 100 mila euro, a titolo di compartecipazione alle spese per la riorganizzazione.
In aggiunta sarà concesso, per dieci anni consecutivi alla fusione, “un contributo destinato esclusivamente alla riduzione dei tributi locali, all’implementazione e al miglioramento dei servizi erogati”, pari a 100 mila euro complessivi fino a 2.999 abitanti, a 160 mila per i comuni da 3.000 a 4.999 abitanti. Previsti incentivi fino a 500 mila euro anche per le fusioni di Comuni più grandi.
“Con le fusioni – spiega però Di Nicola nella relazione introduttiva – il vero vantaggio sarà quello di evitare inutili duplicazioni di atti e procedure, nonché il dimezzamento di posizioni verticistiche in pianta organica. La maggiore dimensione del nuovo Ente, inoltre, consentirebbe di ottenere importanti economie di scala, grazie ad un’aumentata capacità di contrattazione con fornitori di beni e servizi. Oltre a questo, l’organo di indirizzo amministrativo acquisterebbe un maggior peso politico nelle relazioni con altre amministrazioni dello Stato”.
Gli incentivi statali già a disposizione sono poi ancora più allettanti.
La legge di stabilità per l’anno 2015, in vigore dunque da un anno, al fine di promuovere i processi di aggregazione ha previsto per un periodo di dieci anni, un contributo straordinario pari al 20 per cento dei trasferimenti erariali attribuiti ai medesimi enti per l’anno 2010. In misura non superiore, per ciascuna fusione, a 1,5 milioni di euro.
Per fare un esempio: due Comuni abruzzesi da 2.500 abitanti che fondendosi raggiungessero i 5 mila abitanti, potrebbero incamerare 1,5 milioni di euro nel giro di due o tre anni. E per un piccolo comune sarebbe una cifra enorme.
Come se non bastasse, sarebbero esentati, nei primi cinque anni dalla fusione, dai vincoli e dalle limitazioni delle assunzioni di personale a tempo determinato. Infine, l’agevolazione forse più importante, per cinque anni saranno esentati dall’applicazione del micidiale patto di stabilità che obbliga le amministrazioni a congelare gli avanzi di amministrazione senza a possibilità di investire preziose risorse.
Argomenti che però finora riscontrano scarsa sensibilità e vis incentivante da parte dei sindaci e delle amministrazioni dei piccoli Comuni abruzzesi, che difendono a denti stretti il loro microscopico palazzo.






