L’AQUILA – “I sindaci che ho incontrato in queste drammatiche ore mi hanno detto che temono che le loro comunità siano condannate all’ estinzione ma anche che vogliono restare nella loro terra, esprimendo un diritto nativo. Tutti noi, compresi i giornalisti, dobbiamo anche per questo infondere speranza”.

Sono le parole dell’arcivescovo dell’Aquila, monsignor Giuseppe Petrocchi, che assieme al presidente dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo Stefano Pallotta  ha incontrato i giornalisti nel giorno consacrato a san Francesco di Sales,  vescovo di Ginevra nel XVI secolo, che per incontrare coloro che non avrebbe potuto raggiungere con la sua predicazione, escogitò il sistema di pubblicare e di far affiggere nei luoghi pubblici dei “manifesti”, composti in uno stile agile ed efficace. Per questo papa Pio XI nel 1923 lo ha proclamato patrono dei giornalisti.

Al centro della riflessione di Petrocchi non poteva che essere la nuova emergenza sismica, con epicentro nel già martoriato alto Aterno aquilano, dove Petrocchi si è già recato in visita, e a cui si è aggiunta l’imponente nevicata che ha messo in ginocchio buona parte dell’Abruzzo,e la tragedia dell’hotel di Rigopiano, dove in queste ore si continuano a tirare fuori i morti dalle macerie dell’edificio distrutto dalla slavina. 

Sia Petrocchi che Pallotta, a proposito di deontologia della comunicazione, hanno avuto poi parole dure sui comunicati stampa della Commissione grandi rischi (Cgr) che hanno adombrato il rischio imminente di un terremoto di magnitudo tra  6 e  7, e poi il rischio di un nuovo Vajont al lago di Campotosto, per poi aggiustare frettolosamente il tiro, con una parziale smentita. Pallotta senza mezzi termini ha affermato che questa modalità di comunicazione è “terroristica”.

L’arcivescovo ha colto anche l’occasione per consegnare ai giornalisti abruzzesi il “Messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali” di Papa Francesco, ‘Non temere, perché io sono con te. Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo’”. 
Ed è stata coerentemente la speranza il filo conduttore del suo intervento.

“Non ero qui a L’Aquila nel 2009 –  esordisce Petrocchi – non ho vissuto in prima persona il terremoto del 6 aprile, oggi però mi sento terremotato come voi. Ed oggi, davanti a nuove crisi, dico che non è importante solo come ovvio far fronte all’ emergenza, dove gli abruzzesi mostrano ancora una volta tenacia e solidarietà, senza mai abbandonarsi ad atteggiamenti plateali. Il problema è nella prospettiva, nella speranza. Ho visitato i paesi all’epicentro del terremoto, che per me sono luoghi sacri, perché in essi c’è ora gente che soffre. Gli anziani piangevano, più che parole chiedevano abbracci. I sindaci mi hanno detto ‘siamo condannati all’ estinzione’,  ‘non conosciamo il futuro che ci attende’. Temono di essere abbandonati, quello che ho registrato è il timore che dopo l’immediata prossimità, giocata sul segno dell’assistenza, vengano lasciati soli, senza guida, senza indicazioni, senza prospettive di futuro”.

“E’ importante dunque – prosegue l’arcivescovo – far capire che dove si verifica un evento traumatico alcune prospettive si chiudono, ma altre si potranno aprire. Va dunque alimentata la speranza, il terremoto è una macchina bellica che fa più danno se prevale la rassegnazione, se emergono divisioni, e contrapposizioni”.

Da qui il ruolo importante che riveste la comunicazione e l’informazione affidata ai giornalisti. 

“Un giornalista, come un vescovo, ha un punto di osservazione privilegiato, non subisce ”l’effetto imbuto” della settorialità, dello sguardo limitato. E l’informazione in emergenze come queste crea una rete fondamentale, che permette alle persone di non sentirsi sole. Davanti ad eventi drammatici le persone si chiudono in se stesse, come se la sofferenza non possa essere detta, il giornalista crea linee di comunicazione che consentono alle persone di sentirsi parte di un insieme”.

Di segno ben diverso è l’allarmismo creato dalle dichiarazioni della commissione grandi rischi, al netto delle successive precisazioni.

“Mi chiedo se  la Commissione grandi rischi – osserva Petrocchi – ha  aiutato a creare la giusta allerta o vigilanza sui possibili rischi, oppure ansietà e panico, che non è per nulla positiva, in situazioni così difficili e d’emergenza”.

Molto più sferzante il giudizio in merito del presidente dell’Ordine Pallotta.

“Intempestivo, inopportuno, inefficace, e soprattutto terroristico”, si limita dire, venendo meno per l’occasione alla regola che vuole che si sia parchi nell’aggettivazione. 

Valorizzando poi  il lavoro svolto dai giornalisti nell’informare i cittadini in questi giorni di emergenza, che hanno operato nel rumore di fondo delle notizie non verificate e in molti casi false o parziali, che rimbalzavano sui social network. 

“Basta con teoria che tutti sono giornalisti, che poi  è la premessa per pagare meno i giornalisti, o del pensare di sostituirli addirittura con algoritmi  semantici: il giornalismo è informazione puntuale, che presuppone una professionalità, che passa per la verifica puntuale delle fonti, e per la critica filologica dei documenti ritenuti una possibile fonte”.