L’AQUILA – Un congresso anticipato, “non come gesto formale ma come vero momento di confronto e rilancio”, oppure una machiavellica manovra per restare, con una conferma per un secondo mandato, al timone quando si tratterà di decidere le candidature delle elezioni politiche dell’autunno 2027?

Questo il sospetto, velenoso, che serpeggia negli ambienti del Partito democratico abruzzese, tra i critici dell’attuale reggenza, dopo che il segretario regionale Daniele Marinelli, 41enne di Castel di Sangro, ha lanciato la proposta con una lettera ai circoli dem, per poi riottenere la fiducia all’unanimità dell’assemblea regionale a inizio luglio.

Quella appunto di un congresso anticipato, rispetto alla scadenza del suo mandato e dell’assemblea che cade a luglio 2027, della durata infatti di quattro anni rispetto all’assemblea di luglio 2023, perché “serve forza, coraggio e generosità per aprire una stagione nuova, per far emergere energie, idee e squadra capaci di parlare alla comunità abruzzese con una visione rinnovata e inclusiva”. Anticipando che lui comunque si ricandiderà per un secondo mandato da segretario. Un annuncio che ha creato polemiche innescando anche tanta dietrologia e un piano manco tanto segreto. E un sospetto che tiene ancora banco a distanza di settimane.

C’è chi assicura soprattutto dalla base del partito che, oltre che il rilancio del partito la vera  partita in gioco sarebbe invece l’ascesa politica dei singoli e la dietrologia è la seguente: Marinelli si sente forte, con il grosso del partito dalla sua, appartenente del resto alla corrente maggioritaria della segretaria nazionale Elly Schlein, e ambirebbe, legittimamente, ad ottenere una candidatura in Parlamento, e per far questo dunque è fondamentale arrivare all’appuntamento delle politiche non come segretario agli sgoccioli del mandato, ma sulla cresta dell’onda e ancora plenipotenziario, forte del voto della base, che ritiene in maggioranza essere dalla sua parte.

Con la forza di proporre se stesso per un posto in lista. Come ha fatto del resto il suo predecessore alla segreteria regionale, l’avezzanese Michele Fina, alle politiche dell’ottobre 2022, come capolista Pd al Senato per poi lasciare il partito abruzzese al suo sodale di corrente Marinelli.

Uno schema che secondo i registi della operazione presupporrebbe il sacrificio di un big, l’ex presidente della Regione e al secondo mandato in parlamento Luciano D’Alfonso.

La base del Pd è però in fermento, come i sui vertici, almeno quelli della corrente ora minoritaria di Stefano Bonaccini, ex presidente della Regione Emilia Romagna ora europarlamentare, che ha perso il congresso del febbraio 2023, e che puntano il dito contro “l’inadeguatezza” della Schlein, l’alleanza suicida con M5s che continua a perdere voti, e che preclude lo sfondamento al centro.

Ad alludere a questa manovra, e a dispensare sarcasmo, è stata l’associazione Globuli rossi dell’ex presidente del consiglio comunale dell’Aquila, l’avvocato Carlo Benedetti  per la quale Marinelli” “fa finta di dimettersi per sfuggire ad ogni valutazione negativa e rilegittimarsi almeno fino alla prossima sconfitta”.

E il riferimento è alle recenti elezioni comunali di Sulmona, dove il Pd e la coalizione del campo largo hanno candidato l’ex direttore del Tg2 Angelo Figorilli, sulmonese che vive da anni in Toscana, sbaragliato al primo turno dal centrodestra dell’avvocato Luca Tirabassi, con il Pd al 10,5%. Per non parlare delle elezioni di Ortona, dove il centrosinistra con il candidato Ilario Cocciola e il Pd al 6,7% non è arrivato nemmeno al ballottaggio, c che se lo sono giocati due candidati di centrodestra, il vincente Angelo Di Nardo di Fdi, e Nicola Fratino, sostenuto da Fi, Lega e Udc. Male anche a Carsoli e Bussi sul Tirino, dove hanno vinto civici di area centrodestra.

Ciò che forse più conta è però che la possibile discesa in campo di Marinelli, agita già le acque ai piani alti del partito, tra coloro che puntano a rimanere in parlamento o farne ingresso, nella consapevolezza che attuali rapporti di forza e sondaggi, i posti a disposizione per il Pd dai per sicuri sono solo due, massimo tre. Con un pezzo da novanta come l’ex presidente di Regione ed ex sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso che ha un posto garantito, pur appartenendo alla corrente minoritaria e sempre più irrequieta di Bonaccini. Come pure, ovviamente, vuole proseguire la sua esperienza in parlamento lo stesso Michele Fina.

Ma non solo: sostengono di avere le carte in regola per ambire ad una candidatura il capogruppo del Pd in consiglio regionale, il chietino Silvio Paolucci, il vicepresidente dell’ufficio di presidenza, il pescarese Antonio Blasioli mentre nel teramano ha legittime aspettative il consigliere regionale Dino Pepe.

Tornando all’Aquila, ci potrebbe essere anche l’ipotesi del consigliere regionale Pierpaolo Pietrucci, che non sarebbe più tanto convinto di correre come sindaco dell’Aquila a giugno del 2027, visto che di un centrosinistra compatto ed efficace nella opposizione al potere del sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, non si vede neppure l’ombra. E Pietrucci per una eventuale corsa alle politiche, ha dalla sua di essere convintamente della corrente di Schlein al pari di Marinelli.

A non avanzare pretese per le politiche è invece il dem teramano Sandro Mariani, presidente della commissione Vigilanza: lui lavora da tempo ad una candidatura per le Regionali della primavera del 2029, questa volta come presidente della Regione. Ma anche in questo caso dipende dalla compattezza di un centrosinistra che se possibile in Regione appare più dilaniato della rissosa maggioranza di centrodestra guidata dal presidente romano ma abruzzese di origine, Marco Marsilio, di FdI, che comunque ha ottenuto un secondo storico mandato poco più di un anno fa alle elezioni del marzo 2024.

E nel centrosinistra spaccato in almeno quattro fronti una delle cause riconosciute all’interno della coalizione è la crisi in cui versa la leadership del capo della opposizione Luciano D’Amico, ex rettore della università di Teramo che non è riuscito a mettere in campo una azione autorevole per tenere insieme un campo largo, in campagna elettorale presentato come un laboratorio di rilevanza nazionale.  (red.)