L’AQUILA – Da Castel del Monte (L’Aquila) a Parigi, passando per Boulder, negli Stati uniti.
È la storia di Paolo Tuccella, ricercatore di 30 anni originario del borgo ai piedi del Gran Sasso, che oggi lavora nel prestigioso politecnico universitario “Pierre e Marie Curie” della capitale francese.
Un’opportunità professionale che gli è arrivata per e-mail, “cosa quasi impensabile in Italia”, dove i giovani si sbattono, curriculum alla mano, da un centro per l’impiego a un’agenzia interinale, da un colloquio con un’azienda all’altra.
E, invece, a Paolo è bastato un click d’assenso e un’intervista telefonica per ritrovarsi catapultato in una realtà di prestigio del panorama internazionale.
L’eventualità di tornare in patria lo stuzzica: “ma sono pessimista che una cosa del genere possa accadare, da noi manca una strategia per valorizzare i ‘cervelli’, basta leggere i bilanci dello Stato e rilevare quanta poca considerazione venga riservata alla ricerca, per cui viene speso, in percentuale sul prodotto interno lordo, meno della metà di altre nazioni all’avanguardia”.
Raccontaci come è iniziata questa avventura.
Mi sono laureato in Fisica all’Università dell’Aquila, sempre nel capoluogo ho fatto il dottorato presso il Cetemps, dove ho avuto tra i miei docenti il professor Guido Visconti. Quindi l’esperienza in Colorado, negli Usa, grazie a un finanziamento a sostegno dell’alta formazione ottenuto dall’Ateneo e dalla Regione. Lì mi sono occupato degli effetti dell’aerosol, cioè dell’influenza delle polvere sottili sulla formazione delle nubi.
Come sei arrivato a Parigi?
Grazie a un’offerta che mi è stata recapitata sulla mia casella di posta elettronica, infatti sono iscritto a una mailing list per chi cerca lavoro nel mio campo. Ho mandato il mio curriculum e dopo un’intervista telefonica sono stato scelto. Un metodo semi sconosciuto in Italia, ma usato frequentemente in Germania, Inghilterra e Usa. Da ottobre di quest’anno mi sono trasferito in Francia.
Di cosa ti occupi?
Dello studio dell’inquinamento atmosferico nell’Artico, con particolare riferimento all’impatto sulla qualità dell’aria e sul clima delle piattaforme petrolifere.
Anche in Abruzzo si è discusso molto dell’insediamento di nuove trivelle in Adriatico, cosa ne pensi?
Sono contrario, la nostra regione ha tante risorse da sfruttare, e dell'”oro nero” può fare tranquillamente a meno. Bisognerebbe puntare su turismo e cultura, due beni preziosi. Quella delle estrazioni del petrolio è una malattia dei politici italiani, mentre nel resto dell’Occidente i governi hanno fatto piani a 20-30 anni per garantire l’approvigionamento energetico dalle fonti rinnovabili.
Il tuo àmbito di ricerca tocca la meteorologia, ogni anno si parla di “estate più calda del secolo”, di “inverno più freddo degli ultimi 150 anni” e così via. È davvero così straordinario il periodo che stiamo vivendo?
Tutto nasce dai siti commerciali specializzati sul meteo: hanno bisogno di questi annunci roboanti per aumentare i contatti e acquisire pubblicità. È impossibile, con gli strumenti di cui disponiamo attualmente, fare previsioni stagionali a lungo termine.
Non è vero, dunque, che il clima sta cambiando?
Non dico questo, anzi, è vero il contrario. Basta osservare il ritiro dei ghiacciai o le variazioni delle temperature medie, dovute all’attività dell’uomo. La colpa è principalmente dell’aumento dell’anidride carbonica in atmosfera. Ma la strada da fare sullo studio del clima è ancora lunga.
Cosa consiglieresti a uno studente appassionato di fisica, lo invoglieresti a un’esperienza all’estero o piuttosto gli diresti di cercare spazi in Italia?
Andare fuori a formarsi è una tappa obbligata per chi voglia lavorare nel campo della ricerca scientifica. In Italia, purtroppo, manca un progetto per lo sviluppo della nazione, nel Nord Europa a questo settore vengono dedicate molte più risorse di quanto accada da noi, fino a tre-quattro la spesa in rapporto al Pil destinata nel Belpaese.
Perché?
Perché non viene visto come un investimento sul futuro: in Italia ci sono persone preparatissime, che all’estero sanno farsi valere. Il motivo è che riceviamo una formazione eccellente, salvo poi disperdere tutto al momento fondamentale, quando si parla di ingresso nel mondo del lavoro. Io stesso ho ricevuto degli aiuti economici pubblici per andare negli Stati uniti, ma poi ho dovuto prendere la strada di Parigi. Cediamo cervelli a costo zero.
Torneresti in patria?
Mi piacerebbe, mi manca la mia famiglia, che mi ha sempre sostenuto. Quando rientro a Castel del Monte mi sento a casa, ritrovo i miei ritmi. Ma dovrebbero cambiare troppe cose: sono pessimista che la politica riesca a invertire la rotta in breve tempo e a offrire un’opportunità a tutti quelli che hanno dovuto lasciare casa per trasferirsi a migliaia di chilometri di distanza.



