PINETO – Le piattaforme petrolifere dell’Eni al largo di Pineto (Teramo) sono “bullonate” removibili, per di più non accatastate, non “beni immobili”, e dunque non devono pagare l’Ici, l’imposta sugli immobili.
I sorprendenti contenuti di un parere dei primi di giugno del Ministero dell’Economia sono stati accolti come una doccia fredda nel Comune teramano.
Perché dopo 17 anni di battaglia giuridica e politica, Pineto, assurgendo a caso nazionale, era riuscito a febbraio a farsi riconoscere dalla Corte di Cassazione il diritto ad ottenere dall’Eni il pagamento dell’Ici, per le quattro piattaforme petrolifere dislocate al largo della sua costa. Per un importo di ben 33 milioni di euro, dovuti per gli anni 1993-1998. E in corso sono anche altri giudizi per le ulteriori annualità fino al 2015. Per gli anni a venire si dovranno attendere invece le modifiche legislative in via di approvazione.
Un successo giudiziario considerato un precedente che ha consentito, dalla Sicilia alla Romagna ad altre decine altri Comuni, di seguire la stessa strada dei contenziosi contro l’Eni.
“Una giornata storica”, aveva esultato il sindaco Robert Verrocchio e il consigliere regionale e comunale, Luciano Monticelli, entrambi del Partito democratico, che già fantasticavano sul come utilizzare i 33 milioni, una manna dal cielo in tempi di spending review e ristrettezze di bilancio. Non mancando di ricordare che le compagnie petrolifere pagano già royalty irrisorie per gli idrocarburi estratti, e dunque è sacrosanto fargli pagare almeno l’Ici.
Poi però è arrivata la determinazione governativa che rischia di rimettere tutto in discussione.
Contattato da Abruzzoweb non parla per ora il sindaco Verrocchio, che ieri ha tenuto una riunione di Giunta dedicata alla vicenda.
L’avvocato Ferdinando D’Amario, che ha seguito la causa sin dal 1998, non solo per Pineto ma anche per altri Comuni italiani, sostiene però che la determinazione governativa non può avere nessuna efficacia.
“Il giudicato derivante dalla sentenza della Cassazione – spiega il legale – è intangibile, e non può essere rimossa da pareri o risoluzioni dell’amministrazione, perché l’amministrazione è parte del processo, e non giudice. Al limite potrà incidere eventualmente sul contenzioso futuro”.
Tradotto: l’Eni i soldi per l’Ici arretrato a Pineto li dovrà pagare fino all’ultimo euro.
Sulla stessa linea Monticelli, che questa battaglia l’ha ingaggiata quando era sindaco di Pineto, e ora vuole andare in fondo. Contro, va evidenziato, i disegni pro-petrolieri di un governo dello stesso colore politico.
“La verità è che c’è una sentenza della Cassazione – ribadisce il consigliere – qualsiasi cosa decida il governo, l’Eni ci deve dare quello che ci spetta, e garantisco che lo otterremo”.
Ma il punto è che nella determina ministeriale, si fa riferimento ad una difficoltà che va oltre l’applicazione di una sentenza passata in giudicato.
Ovvero che le piattaforme sono assenti dal Catasto e “per applicare i criteri di calcolo del valore contabile” di un eventuale pagamento dell’Ici occorre uno specifico intervento normativo che consenta “il censimento delle costruzioni situate nel mare territoriale”, dice il Ministero.
Insomma al di là della sentenza favorevole, il rischio è che essa non sia di facile applicazione, e che il gioco del governo sia quello di fare melina a tempo indeterminato. Per evitare un pericoloso precedente: sono infatti 119 le piattaforme interessate ad un possibile pagamento dell’Ici, per un gettito complessivo che potrebbe arrivare ai 200 milioni di euro all’anno. A beneficio dei Comuni, ma a discapito delle potentissime compagnie petrolifere. E il governo Renzi si è di fatto schierato con loro in occasione del referendum No triv, concluso con il mancato quorum e la bruciante sconfitta del fronte ambientalista.
La determinazione era del resto stata sollecitata da Assomineraria che aveva chiesto chiarimenti al Ministero dell’Economia sulla sentenza della Cassazione, sostenendo che le piattaforme “non sono immobili”, ma “imbullonate”, ovvero “un macchinario funzionale allo specifico processo produttivo”. Evidenziando che nella legge di stabilità 2016 gli “imbullonati”, removibili, sono stati esentati dall’Imu.
L’avvocato D’Amario ribatte anche su questo punto.
“Una piattaforma petrolifera non può essere considerata un macchinario, un’attrezzatura, è invece un ‘immobile’, assoggettata a pagare i tributi, e ‘immobile’ è stata definita del resto anche nella sentenza della Cassazione”.
Ed anche l’argomentazione del non accatastamento per D’Amario non regge.
“La Cassazione – spiega infatti l’avvocato – ha detto che le piattaforme devono essere accatastate anche se poste in mare, concetto espresso anche in precedenti sentenze. Del resto la costruzione un albergo o altre strutture realizzate in mezzo al mare, e ci sono tantissimi esempi in Italia e nel mondo, sono immobili come tutti gi altri, e per di più di particolare pregio, e giustamente vanno accatastate e devono pagare i tributi all’erario”.






