PACENTRO – È una delle più antiche manifestazioni d’Abruzzo, più giovane solo della Perdonanza Celestiniana dell’Aquila, la Corsa degli Zingari di Pacentro (L’Aquila), arrivata alla 562ª edizione.

Di questa corsa a piedi nudi lungo le pendici del Colle Ardingo, giù fino al torrente Vella , e poi in salita ripida fino alla chiesetta della Madonna di Loreto, non è affatto semplice descrivere le emozioni che suscita.

Può affascinare, per il coraggio che dimostrano gli “scalzi” nel cimentarsi in una prova breve ma così intensa e dolorosa.

Può non piacere, per le ferite gratuite che i concorrenti si procurano, curate dai Confratelli Lauretani all’arrivo nella chiesetta con acqua e aceto: ovviamente i tempi moderni prevedono la presenza anche di personale medico, ma la tradizione è tradizione.

È un ritorno alle origini, fin giù nel Medio Evo, il rievocare un’usanza che solo il tempo e le genti hanno magistralmente dosato tra riti pagani e religiosi.

Quest’anno, nell’edizione numero 562, ha replicato il successo Alessio Marcaurelio, seguito da Piero Angelilli e Loris Di Toro.

Giovani che hanno raccolto il testimone dei loro genitori e paesani e continuano la tradizione con passione e partecipazione, non solo per le migliaia di turisti che ogni anno vengono in questo borgo dall’aria buona e dalla squisita cucina a godersi lo spettacolo.

Zingaro non è il nomade, ma lo scalzo. Colui che per povertà è rimasto a piedi nudi e corre per il riscatto economico (il denaro in palio) e sociale (il trionfo per le vie del paese dopo l’umiliazione pubblica per i debiti).

Il Credo religioso ha modificato , in parte, ma integrandola perfettamente, la storia: la discesa a piedi nudi è un atto di venerazione verso la Vergine che si è posata sul Colle, con gli Angeli , durante la traslazione della Santa Casa da Betlemme a Loreto.

Il risultato è una giornata di trepidante attesa, preceduta da segreti allenamenti  dei partecipanti che cercano l’appiglio, il sentiero meno rovinoso, la discesa più rapida e poco dolorosa.

Nel tardo pomeriggio della prima domenica di settembre, i concorrenti salgono alla spicciolata per raggiungere la Pietra Spaccata, un enorme spuntone di roccia dipinto con i colori della bandiera italiana che si trova quasi in cima al Colle Ardingo di fronte Pacentro.

Lì si attende il gioco dei fuochi artificiali che rimbombano per la stretta valle. Poi seguono interminabili istanti di silenzio e respiro trattenuto, nell’attesa del triplice suono della campanella della Chiesa della Madonna di Loreto.

È il via: in un minuto si raggiunge il fiume Vella, in circa 3 minuti si risale il costone che porta alla chiesa, tra la folla che incita e sospinge gli Zingari senza fiato e con un fazzoletto stretto tra i denti per resistere al dolore.

Quando l’ultimo concorrente è finalmente giunto, si chiudono le porte della chiesa per poi riaprirsi per il trionfale percorso dei tre vincitori, portati a spalla dai confratelli fino al rione di appartenenza, con il Palio tra le mani, un vero pezzo di stoffa con cui il sarto del paese cucirà  un nuovo vestito. I festeggiamenti per la vittoria dureranno fino a notte fonda.

In fondo, cosa resta di un popolo se togliamo le tradizioni? Pacentro sta già pensando all’edizione numero 563.