L’AQUILA – “Se non siamo in pace con noi stessi e con il nostro passato, non possiamo diventare costruttori di pace”.

E’ uno dei passaggi, tra i più intensi, del messaggio di auguri per il Natale, del cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo metropolita dell’Aquila, che ha incontrato Abruzzoweb nella bellissima chiesa di San Pietro a Coppito, frazione del capoluogo. Danneggiata dal sisma del 2009, e ben restaurata assieme si sui affreschi del ‘400.

Petrocchi rievoca il concetto di “terremoto dell’anima”, già al centro di un importante convegno organizzato, per il decennale del terremoto del 2009, dalla Chiesa aquilana in collaborazione con la Caritas Italiana, il 26 ottobre scorso. Il pensiero di Petrocchi va ora però sopratutto ai tanti sfollati e reduci dell’immane tragedia del sisma del 2016 che ha colpito anche le sue Marche (Petrocchi è originario di Ascoli Piceno), oltre ai tanti paesi del Lazio, Abruzzo e Umbria,  portandosi via 299 vite. E dove la ricostruzione ancora non parte.

“C’è un terremoto fuori, quello che si abbatte sulle case e sulle cose – ricorda Petrocchi -, ma c’è anche un terremoto dentro, che colpisce la mente e il cuore, e che ferisce gli affetti. Bisogna ricostruire non solo la città dal punto di vista urbanistico, ma anche la comunità. E’ un evento non semplice da percepire, si fa fatica a intercettarlo, anche da parte di chi lo porta nella propria anima. Occorre dunque impegnarsi per fare in modo che il trauma terribile che c’è stato non diventi un fattore destabilizzante, ma diventi un’occasione per crescere, per acquisire una maturità, più larga dal punto di vista spirituale e umano. Occorre diventare portatori di un messaggio di vita, nei confronti di coloro che hanno vissuto esperienze similari”.

Ruolo centrale comunità ecclesiastica, a cominciare dai parroci di frontiera, dei piccoli paesi, diventano pertanto fondamentale.

“Certo il messaggio evangelico è fondamentale perché consente di dare risposte alle domande radicali, perché se queste domande vengono evitate, se questi interrogativi vengono espulsi dalla coscienza, si rimane in balia di una condizione di precarietà e quindi si è preda dell’ansia e dello sconforto. La chiesa deve essere una porta che si apre, deve creare vivicare le comunità”.

Infine, nel formulare i suoi auguri per il Natale Petrocchi afferma quanto segue:

“Natale significa fare spazio al Dio che viene, perché il Signore è colui che bussa alla nostra porta, e chiede di essere accolto per poterci donare la luce del Vangelo. Natale significa accorgersi che non siamo soli, non siamo messi soltanto nelle nostre mani, ma siamo punto d’arrivo di un amore che parte da Dio, che è il nostro padre e ci dà tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere persone serene. Il che non vuol dire essere senza difficoltà, ma essere capaci di gestire bene i problemi, e di tramutarli in risorse. Solo chi ha la pace nel cuore, può donarla agli altri”.

LA DIRETTA