L’AQUILA – Da una parte il tanto invocato superamento dei contributi europei elargiti a piene mani, troppo spesso a finti allevatori, in base al valore dei titoli nel loro portafoglio e al numero di ettari occupati, senza l’obbligo di produrre nemmeno un grammo di carne e formaggio, o un litro di latte,  con conseguente dilagare del fenomeno della cosiddetta “mafia dei pascoli”.

Dall’altro, l’incomprensibile esclusione dai contributi per i capi di ovini e caprini, garantiti invece a  bovini e suini, con il rischio di mettere in ginocchio tanti onesti e meritevoli pastori abruzzesi, con buona pace della transumanza abruzzese dichiarata patrimonio dell’Unesco e dei celebrati arrosticini.

E infine, l’altrettanto discutibile mancato riconoscimento della  “qualità” dei bovini  allevati, con il rischio ancora una volta, di far rientrare dalla finestra le speculazioni che si volevano cacciare dalla porta.

Sono le contraddizioni contenute nel Piano strategico nazionale 2023-2027 per l’attuazione e il coordinamento dei programmi della nuova Politica agricola comune (Pac) del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, che verrà discusso con la Commissione europea   e che sarà definitivo a giugno prossimo.

Ad offrire un quadro informato delle conseguenze, positive e negative, anche per la zootecnia abruzzese, dell’imminente riforma, contattato da questa testata, è Alessandro Tamburro, allevatore 45ene di Barrea, in provincia dell’Aquila,  rappresentante di Confagricoltura per il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, e membro nazionale della Federazione produttori bovini da carne.

“Occorre che a livello europeo questo Piano venga modificato – esordisce Tamburro -, perchè così com’è non raggiunge l’obiettivo di premiare per davvero chi fa zootecnia in Abruzzo, con grande dedizione e sacrificio, e parlo di noi allevatori di bovini che pratichiamo l’indispensabile selezione della razza, e vittime per anni delle speculazioni e presenze aliene nei pascoli delle nostre montagne, a ancor di più per i colleghi allevatori di ovini e caprini, penalizzati da questo piano in modo incomprensibile”.

Un passo indietro, per ricostruire il complesso quadro: come più volte riferito da Abruzzoweb, finora le norme europee e italiane  hanno incredibilmente consentito di accedere ai contributi,  ovvero al diritto a ricevere  piogge di soldi dei contribuenti, ai detentori di “titoli”, tanto più pesanti, quanto più era di pregio era l’attività originaria dell’allevatore o agricoltore, anche attività ora dismesse, e anche in altre regioni. Un contributo annuo che poteva essere ottenuto semplicemente accaparrando ettari di pascoli, senza avere l’obbligo di fare effettiva attività zootecnica, con la proliferare di aziende spesso di comodo, interessate solo a mettere mano ai contributi pubblici, a discapito di una sana filiera zootecnica, che produce latte, carne e formaggio, ma anche lavoro, cultura materiale e paesaggio.  Tagliando spesso fuori dai giochi i piccoli allevatori locali che non hanno nel loro portafoglio titoli “pesanti”, e non possono alzare il prezzo nei bandi comunali, a differenza di chi in altre regioni aveva grandi produzioni di pregio. Un mercato dei titoli che ha determinato in Abruzzo anche minacce e intimidazioni volte a lasciare liberi i pascoli.

“Da questo punto di vista un passo avanti è stato finalmente fatto – spiega Tamburro -. Finora abbiamo assistito ad una vergognosa speculazione. Con sedicenti allevatori che riempivano i nostri pascoli anche di asini o pony di appena sei mesi,  del tutto improduttivi, ma che consentivano enormi e immeritati guadagni. Si pensi che con un asino si potevano ottenere titoli a valere su  dieci ettari  ciascuno fino a 10mila euro  l’anno, e anche di più”.

La grande novità è che adesso, spiega l’allevatore, il pagamento sarà effettuato sull’effettivo capo di bestiame produttivo, attualmente  mucche e maiali, e non più asini e cavalli,  e il titolo  relativo agli ettari di pascolo detenuti sono stati abbassati del 50%.

Una differenza non da poco, perché sarà premiato, molto più di prima chi produce effettivamente chi fa l’allevatore per davvero. Soprattutto il contributo sarà ridistribuito con il meccanismo degli “eco-schemi”, premiando chi riduce l’utilizzo dei farmaci  e l’abuso di antibiotici, e  chi porta al pascolo gli animali almeno 60 giorni l’anno. Il contributo base per una mucca è di circa 24o euro, il premio dell’eco-schema vale ulteriori 50 euro a “uba”, coefficiente calcolato sui capi per tot di superficie.

“Occorre sapere – spiega Tamburro – che le aziende zootecniche italiane importano dall’estero, in particolare dalla Francia, quasi un milione di capi di bovini l’anno, che non vengono dunque allevati il loco, ma solo ingrassati e macellati, principalmente in pianura Padana. Gli ingrassatori italiani, del resto, hanno difficoltà nel reperire vitelli di razza ad alta produttività. Di conseguenza sono costretti ad importare dalla Francia.  Premiando ora che fa allevamento di bovini al pascolo e non nelle stalle, in modo intensivo, per una regione come la nostra si aprono importanti prospettive, per far crescere il settore, e anche migliorando di molto il benessere animale e la qualità del prodotto finale”.

C’è però un aspetto nella proposta di riforma che rischia di vanificare questo risultato: ” è stato previsto un meccanismo che parifica chi alleva i bovini avendo cura della loro selezione della razza, facendo investimenti, e chi al pascolo manda bovini meticci, senza selezione della razza, e molto meno produttivi, non richiesti dal mercato. Entrambi varranno 240 euro di contributo, ma va considerato che  io ad esempio ho acquistato un toro e una vacca dalla Francia per ben 12.000 euro, per accrescere la qualità genetica dei miei capi. E ci sono associazioni che da anni lavorano per la selezione genetica, aspetto fondamentale per la nostra attività. Senza incentivo per gli allevamenti impegnati nella selezione, quindi si rischia di non sopperire alla carenza nazionale”.

E c’è anche il rischio che la speculazione conosciuta come mafia dei pascoli, cacciata dalla porta rientri in parte dalla finestra: magari non si vedranno più scorrazzare asini nei pascoli abruzzesi ma essi saranno sostituiti da bovini di “bassa qualità”, e il risultato per gli speculatori potrebbe essere tutto sommato identico.

C’è poi l’esclusione dal riconoscimento dei titoli da parte degli ovini e caprini che ha già sollevato una levata di scudi, in particolare da parte di Nunzio Marcelli, titolare del bio-agriturismo La Porta dei Parchi di Anversa degli Abruzzi (L’Aquila), nonché presidente di Rete Appia, la rete italiana della pastorizia, secondo il quale la nuova normativa favorirà la zootecnia bovina, appannaggio di grosse aziende, condannando  le piccole imprese di pastorizia locale.

Tamburro, da allevatore prevalentemente di bovino concorda in pieno.

“E’ una esclusione davvero incomprensibile. I contributi saranno riconosciuti a chi alleva maiali allo stato brado, attività marginale nella nostra regione, mentre viene esclusa un’attività storica e identitaria come la pastorizia che ha un ruolo decisivo nella salvaguardia del paesaggio, per non dire della nostra civiltà rurale. Se questo aspetto non sarà modificato molti nostri allevatori di pecore avranno grandissima difficoltà ad andare avanti. Anche io ho circa 300 pecore pecore, a salvarmi sarà il fatto che essendo anche titolare di una macelleria potrò chiudere direttamente la filiera in modo sostenibile senza rimetterci. Per altri amici e colleghi sarà davvero dura”.