L’AQUILA – “Qui ci sono grandi aziende che da un giorno all’altro delocalizzano all’estero senza alcuna giustificazione economica e dopo aver goduto negli anni di lauti incentivi pubblici”.

Tappe abruzzesi per Marta Fana, nei giorni scorsi in regione per lanciare Potere al popolo in vista delle elezioni politiche del 4 marzo prossimo e presentare il suo ultimo libro Non è lavoro, è sfruttamento (Laterza), giunto alla quinta ristampa da quando è uscito pochi mesi fa, nell’ottobre 2017.

La Fana, che tra l’altro ha conseguito un dottorato di ricerca in Economia presso l’Institut d’Études Politiques di SciencesPo a Parigi e che per Internazionale e il Fatto quotidiano, ha incentrato e articolato il suo libro attraverso le “storie di ordinario sfruttamento, legalizzato da vent’anni di flessibilizzazione del mercato del lavoro”.

“Sicuramente – spiega Marta Fana ad AbruzzoWeb – la situazione generale in Italia, in cui ci sono regioni come l’Abruzzo che accusano di più la crisi, è grave. Se vogliamo uscirne, visto che nel frattempo diventa sempre più critica e mentre è in atto la desertificazione del territorio sia dal punto di vista industriale che della emigrazione interna, serve necessariamente una rivoluzione copernicana nelle politiche sia economiche che del lavoro”.

“Qui ci sono grandi aziende che da un giorno all’altro delocalizzano – un chiaro riferimento all’ultima in ordine di tempo, la Honeywell di Atessa, in provincia di Chieti, con i suoi quasi 500 lavoratori a casa per una delocalizzazione in Slovacchia – senza alcuna giustificazione economica. Lo possono fare, nonostante negli anni abbiano ricevuto lauti incentivi pubblici. Allora bisogna porre un freno alle delocalizzazioni”.

“È pure vero, però – ammette la ricercatrice – che in un momento di crisi, quando viene a mancare lo Stato sociale specie per le fasce più deboli, la politica deve intervenire con la rottura del patto di stabilità interno, ovvero da un lato la possibilità di fornire maggiori servizi per chi ne ha più bisogno. In un momento di crisi c’è dunque bisogno di una politica anticiclica. E dobbiamo metterci in testa come visione della politica economica che non tutti gli interventi devono essere a favore del mercato”.

“Di conseguenza – prosegue – cominciare ad agire, visto che l’Italia è indietro rispetto ad altri Paesi europei, con un grande piano di assunzioni pubbliche. Non con il clientelismo con il quale abbiamo cercato di soffocare la questione meridionale, ma con assunzioni di insegnanti, medici, urbanisti, ingegneri. In una visione di lungo periodo e anche breve periodo”.

Sulle questioni strettamente legate alle emergenze presenti, la Fana afferma che “servono anche forme di internalizzazione di tutti quei servizi che sono stati dati in concessione ai privati tramite gli appalti. Non solo le autostrade, ma pure i servizi di pulizia, di mensa, di cura, di fatto ormai in balìa di cooperative che tra appalti e subappalti schiacciano, comprimono i costi sui lavoratori”.

Un passaggio la Fana lo dedica anche a uno dei temi caldi di questa tornata elettorale, cioè l’Europa della moneta unica, dell’austerity, del movimento dei capitali, dei Trattati e del dominio tedesco sul Continente.

“La costruzione europea – è il suo pensiero – è quella che dà mandato e piena libertà ai capitali di muoversi, non tanto l’Euro, che è uno strumento in termini di rapporti di forza. E il Jobs act non somiglia alla riforma Hartz in Germania, visto che quest’ultima riguarda una segmentazione del mercato del lavoro. Da quelle parti, appunto, come segmento del mercato del lavoro hanno lasciato un pezzo di popolazione nella povertà e messo in piedi un sistema molto corporativo nel quale gli operai tedeschi specializzati non si sentono minimamente appartenenti alla classe operaia, nonostante in realtà sia il contrario”.

“Detto questo, qual è stata la doppia strategia anche imperialista della Germania? Quella di svalutare il lavoro, ma al tempo spesso di fare investimenti in produzione, innovazione tecnologica. Non è un caso che i più grandi bandi di ricerca siano soprattutto in Germania e non in Italia. Questa è una strategia politica di dominio e se vogliamo pensare all’Europa come a un terreno conflittuale, ben venga: superariamo i parametri di Maastricht, ma anche gli aiuti di Stato”.

“E se dobbiamo pagare per le procedure di infrazione, che tra l’altro sono lo 0,2 del pil, è meglio farlo per lo Stretto di Messina”, dice quindi.

“E ricordiamoci che lo 0,2 del pil, se usiamo davvero la leva fiscale e quindi i moltiplicatori, si recupera molto più facilmente. Di conseguenza siamo in grado di pagarli una volta che abbiamo creato espansione produttiva, dei redditi”.

“C’è bisogno di una riflessione più profonda sull’assetto europeo. Tutti i terreni istituzionali sono terreni di conflitto, di conseguenza l’Europa a me sta bene se è sociale, dei lavoratori e non dei capitali. Quindi, mi chiedo innanzitutto come rifermare la piena mobilità dei capitali e poi come utilizzare strumenti che ci permettano di entrare su quel terreno conflittuale con forza”, conclude.