L’AQUILA – Approvata dalla commissione Giustizia del Senato la proposta di istituzione del reato di negazionismo, con riforma dell’articolo 414 del Codice penale che rende reato il negazionismo di crimini contro l’umanità e di genocidio. Fino a cinque anni di reclusione la pena prevista per il negazionismo, in caso di apologia e istigazione a delinquere negli stessi casi è prevista un’aggravante che la porta fino a sette anni e mezzo.
E in Italia, Paese dalla memoria non sempre limpida, il dibattito è serratissimo e lo storico aquilano Walter Cavalieri, che alla memoria ha sempre dedicato una lucida attenzione, non si sottrae.
E sì che l’argomento è di quelli spigolosi, “ma è soprattutto un passo decisivo nell’allineamento alle leggi europee, il reato infatti già esiste in altri Paesi come Austria e Inghilterra, in prigione ad esempio finì lo storico britannico David Irving, che nega la Shoah”, dice Cavalieri.
“Dal punto di vista giuridico – precisa il professore aquilano – il reato potrebbe collidere con la libertà di opinione garantita dalla Costituzione, ma credo sia innegabile la necessità da parte di uno Stato di salvaguardare valori come quelli sanciti nell’articolo 3 (‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali’, ndr). Parere personale – continua – la corrente negazionista il più delle volte presenta documentazioni scientifiche molto povere. Questo perché in realtà persegue dei fini che non sono di carattere culturale, c’è un obiettivo politico ben preciso con cui si vogliono colpire determinate comunità e minoranze. Piuttosto che tendere all’accertamento della verità storica, pubblicazioni e argomentazioni negazioniste fomentano movimenti violenti”.
Dunque i piani della discussione per Cavalieri sono due. Piano giuridico, piano politico-culturale. Su quest’ultimo, Cavalieri non ha dubbi come sul primo: secondo il professore persistono ancora oggi tentativi di snaturare la storia e i dati scientifici per altri scopi.
“Sono favorevole alle revisioni storiche, alle rivisitazioni, qualcuno diceva che la storia è sempre revisionista – commenta l’intellettuale aquilano – la storia è sempre innovativa e portatrice di nuove conoscenze, ma questo non vuol dire ammettere pericolose grossolanità. Siamo in democrazia e la democrazia esige tolleranza, pluralismo, ma non certo la tolleranza nei confronti di chi fa proselitismo politico mistificando la realtà. In Italia, non dimentichiamolo, esiste già una legislazione in tal senso, la legge Scelba del ’52 (reato di apologia del Fascismo, ndr)”.
Impossibile dunque per Cavalieri accettare di buon grado il gioco di chi nella storia ha fatto più morti, tecnica spesso utilizzata per dimostrare chi è il più cattivo in mezzo ai cattivi e scagionare questo o quel personaggio o ‘addolcire’ uno o più eventi storici.
Lo storico indossa i guanti in lattice quando gli viene fatta notare, senza banalizzare, la differenza di trattamento a livello mediatico e di generale interesse nei confronti di una tragedia come la Shoah, sicuramente molto più conosciuta rispetto ad altre tragedie come ad esempio le deportazioni in Siberia delle popolazioni del Baltico da parte dei sovietici guidati da Josif Stalin, il massacro dei comunisti indonesiani durante la dittatura di Suharto, la ‘ferita’ palestinese nel conflitto con la stessa Israele.
“La conta dei morti, la distinzione dei morti, è inaccettabile – il pensiero di Cavalieri – e sul silenzio che ancora attanaglia certi eventi, penso anche al genocidio degli Armeni, credo sia dovuto alle necessità di chi siede al potere. Lo storico ha il dovere, pure a titolo di monito, di raccontare e di studiare tutte le infamie e le nefandezze compiute sotto tutti i regimi e sotto qualunque colore e a qualunque latitudine”.
“Se ci mettiamo a contare i morti – ammonisce il professore – non ne usciamo. Le cose vanno riportate sul piano scientifico, semplicemente evitando i paragoni o le recriminazioni reciproche, nonostante in Italia la memoria sia, spero non irrimediabilmente, diivisa”.
Ma sulla Shoah, Cavalieri è ancora più granitico.
“L’atteggiamento del ‘bilanciamento’ porta a renderla paragonabile ad altre tragedie. Le purghe staliniste o la repressione in Russia negli anni ’20 del secolo scorso o addirittura, andando molto indietro, lo sterminio di massa perpetrato da Cortez in Sudamerica, hanno fanno molte più vittime della Shoah. Scivolare è facile, ma non è così. Se dovessimo ragionare sui numeri le Foibe diventerebbero una rissa da strada, però sulla Shoah il rischio è che si consideri una tragedia ‘normale’ e non un fenomeno unico nel suo genere per modalità scientifico-industriali con cui è stato organizzato e portato avanti. Si è trattato di uno sterminio di ebrei, zingari, slavi, omosessuali, pianificato scientificamente, con supporti tecnologici mai visti prima, con una burocrazia di morte studiata a tavolino. Questo evidentemente non piace ai negazionisti o ai revisori dei numeri, ma la verità è che sotto il dominio nazista di Adolf Hitler è stato raggiunto il livello più alto di crudeltà della storia umana. Negare le camere a gas, i treni della morte, definire tutto quell’orrore una ‘Disneyland inventata per i turisti americani’ non è materia da libertà di parola, ci sono di mezzo la storia di milioni di persone e una raccolta infinita di dati, documenti e reperti di vario genere. Negarla non è libertà di parola, è violenza ideologica”.
Le ultime considerazioni Cavalieri le riserva al caso di Erik Priebke, morto qualche giorno fa a cento anni, e sulle polemiche esplose proprio in occasione della scomparsa e dei funerali di uno dei maggiori responsabili del massacro delle Fosse Ardeatine, 335 civili e militari italiani fucilati a Roma il 24 marzo del 1944.
“Probabilmente non era il caso di fare tutto questo rumore – l’opinione di Cavalieri – si sarebbe potuto benissimo, d’altra parte era ormai un semplice cittadino, procedere a un funerale in forma privata, evitando il rischio di pellegrinaggio e di creare pericolosi punti di aggregazione. Certo, io non so dove sia finita questa salma o che fine abbiano fatto le ceneri, però credo che la collocazione giusta sia in un cimitero militare tedesco in Italia, oppure a casa sua in Germania”.



