L’AQUILA – “Rifiutiamo l’etichetta che la procura ha dato al mio assistito di cavallo di troia per far entrare la ndrangheta nella ricostruzione dell’Aquila, dimostreremo che negli atti c’è la prova di assoluta assenza di qualsiasi collegamento e di qualsiasi coscienza da parte sua”.

Così ad AbruzzoWeb l’avvocato Vincenzo Salvi, che assiste Stefano Biasini, giovane imprenditore edile aquilano accusato di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito del processo in corso al tribunale dell’Aquila scaturito dall’inchiesta “Lypas” del 19 dicembre 2011, spiega la linea difensiva che verrà portata avanti nelle prossime udienze.

Il processo dopo una lunga fase dibattimentale è entrato alle battute conclusive e segnerà un passaggio decisivo il prossimo 21 ottobre, con le ultime arringhe e le eventuali repliche dell’accusa e controrepliche delle difese, ultimo atto prima della sentenza del collegio giudicante.

L’ultima udienza di venerdì scorso è stata caratterizzata dall’arringa dell’avvocato di Francesco Ielo, imputato di origine reggina per il quale il pubblico ministero Fabio Picuti ha chiesto 8 anni di carcere, legale che ha sostenuto l’inesistenza delle accuse, invocando l’assoluzione.

Alla prossima udienza di ottobre è slittata l’attesa arringa dell’avvocato Attilio Cecchini e del suo collega Salvi a favore dell’unico aquilano coinvolto, ovvero Biasini, per il quale il pm ha chiesto 6 anni di carcere.

Un’indisposizione dell’avvocato Cecchini ha reso inevitabile lo slittamento a ottobre.

“Continueremo a sostenere la nostra tesi difensiva – così Salvi anticipa alcuni contenuti dell’arringa difensiva – ovvero che in concreto non c’è nessuna forma di attività atta a poter rafforzare un qualsiasi sodalizio criminale, inoltre non c’è nessun elemento nel processo che possa far dedurre una conoscenza da parte di Biasini dell’esistenza di un sodalizio criminoso”.

Il difensore fa notare che il suo assistito “ha anche rinunciato ai lavori che aveva in quel periodo, figuriamoci se poteva facilitare le infiltrazioni”.

Tra le altre richieste, nelle scorse udienze Picuti ha invocato l’assoluzione con formula dubitativa per Antonino Vincenzo Valenti, calabrese come Ielo. Resta fuori da questo processo, per motivi di salute, Massimo Maria Valenti, anche lui calabrese.

La sentenza dei magistrati Ciro Riviezzo (presidente), Guendalina Buccella e Marfisa Luciani a questo punto potrebbe scivolare all’inizio del 2017.

LE ACCUSE

Tutti gli imputati, in particolare, sono accusati di essere vicini al clan della ndrangheta Caridi-Zindato-Borghetto in quello che è stato il primo processo per mafia nel post-terremoto nel capoluogo di regione.

Secondo le accuse su cui si esprimeranno i giudici, Biasini aveva degli appalti e si serviva di operai inviati dalla Calabria.

“Nessuno degli imputati è mafioso – ha precisato Picuti – ma essi hanno contribuito a sostenere e introdurre il clan malavitoso che voleva prendere gli appalti per il post-sisma. L’opera di Biasini è stata quella di introdurre la cosca in città contattando gli intermediari”.

Il sostituto procuratore ha posto l’accento sulle intercettazioni fatte dal Servizio criminalità organizzata (Sco) della squadra Mobile della Questura del capoluogo, che ha svolto le indagini insieme alla Guardia di finanza, mettendo in evidenza come i contatti che aveva con calabresi invischiati nella malavita fossero tanti.

E, a suo dire, si intuisce come ci fosse una certa intimità con personaggi compromettenti per via dei termini usati.

“In cinque intercettazioni – ha detto il pm – Biasini chiama Ielo ‘zio’”. In un’altra conversazione tra Latella, non implicato in questo processo, ma vicino al clan, questi gli dice “sto con i compari” per dire che non poteva parlare e lui e risponde: “Ho capito”.

“E non ha battuto ciglio”, ha commentato il magistrato lasciando intendere il valore di certe frasi in tale contesto. In un’intercettazione ambientale Biasini dice: “Lo so che dovevo fare da prestanome perché me lo ha chiesto Carmelo Gattuso”.

“Biasini, una volta appreso dalla stampa che i suoi interlocutori erano di dubbia fama non si è ritirato – ha rincarato il pm – anzi, rammaricandosi di essere stato definito ‘il gancio della ‘ndrangheta’ ha continuato a lavorare con le stesse persone. Quindi non può dire di non conoscere chi fossero gli interlocutori”.

Quanto a Ielo, tra le tante prove, viene esibita una telefonata tra un pentito e un collaboratore di giustizia. “Ielo è il nostro uomo nella Liguria e per i lavori in Abruzzo”.

Non è sfuggito il fatto che era sempre in viaggio, al punto da girare per sei regioni, attività, per il pm, finalizzata a curare gli interessi della cosca.