L’AQUILA  – Provocano accese polemiche le clamorose dimissioni del ct della nazionale di calcio italiana, Roberto Mancini, a meno di un mese dalle importanti partite con Albania e Ucraina, valide per di qualificazione per gli Europei. L’oramai ex ct potrebbe ora andare ad allenare l’Arabia Saudita, con un contratto d’oro da 60 milioni di euro in tre anni, ed è oggetto di violenti attacchi social che lo accusano di “tradimento”, di “scorrettezza” e “avidità”. Ma Mancini ha vuotato il sacco e ha puntato il dito contro il presidente della Figc, Gabriele Gravina, imprenditore abruzzese di Castel di Sangro,  a capo di un colosso nel campo dell’edilizia, ritenuto il responsabile delle sue dimissioni.

E contro Gravina si registrano le dure critiche anche il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, per la questione della penale che la Figc dovrebbe pagare per avere come sostituto in tempi strettissimi alla guida degli azzurri Luciano Spalletti, che sta trascorrendo un anno sabbatico, dopo la vittoria dello scudetto. Va ricordato che il Napoli ha appena terminato il ritiro precampionato proprio nella Castel di Sangro di Gravina.

Così si è dunque difeso Mancini: “Non ho fatto niente per essere massacrato così. Mi sono solo dimesso e ho detto che è stata una mia scelta. Mica ho ucciso nessuno, ho solo esercitato un diritto alle dimissioni. Perché tanti attacchi così violenti sul piano personale? Non mi aspettavo certi giudizi morali”.

E Mancini accusa Gravina di avergli portato via i collaboratori più stretti, sostituendo Alberico Evani, Attilio Lombardo e Giulio Nuciari, con Alberto Bollini, Andrea Barzagli e Antonio Gagliardi

“Si è mai visto un presidente federale che cambia lo staff di un ct?  – ha tuonato Mancini – Gravina è da un anno che voleva rivoluzionarlo, io gli ho fatto capire che non poteva, che al massimo poteva inserire un paio di figure in più, ma che non poteva privarmi di un gruppo di lavoro che funzionava, che funziona e che ha vinto l’Europeo. Semmai sono io che potevo sostituire un membro dello staff.  È da un po’ di tempo che lui pensava cose opposte alle mie – spiega ancora -. Ma allora perché intervenire sullo staff? A quel punto doveva mandare via me. Invece ha colto l’occasione: alcuni miei collaboratori erano in scadenza e ha giocato su questo. Io potevo essere più duro, certo, ma pensavo lo capisse da solo”

E incalza: “Se Gravina avesse voluto, mi avrebbe trattenuto ma non l’ha fatto. Mi sarebbe bastato un segnale, non me l’ha dato. Non ha voluto che restassi, erano mesi che c’era questa situazione – aggiunge – Però Gravina verrà ricordato come il presidente che ha vinto l’Europeo, non per gli errori che ha fatto”.

Su un eventuale futuro in Arabia Saudita, Mancini afferma che la situazione che sta denunciando “è indipendente da quello che potrà succedere in futuro e da dove andrò. Ora non voglio pensare a niente”.

Accuse alla Figc anche da De Laurentis, sul caso di Luciano Spalletti, sempre più vicino a diventare il prossimo ct della Nazionale, ma sul quale pende ancora la famigerata clausola del contratto con il Napoli che vieterebbe all’allenatore toscano di accettare l’incarico se non pagando un indennizzo.

De Laurentiis punta il dito contro  Gravina, nelle cui mani sarebbe la soluzione per sbloccare l’impasse: “Se la scelta cade su Spalletti grande allenatore con 25 anni di esperienza ad alto livello, offrendogli uno stipendio di 3 milioni netti per tre anni, non ci si può fermare di fronte all’accollo, ovvero pagare per conto dell’allenatore, di un milione lordo per anno per liberarlo dal suo vincolo contrattuale. Tutto ciò è incoerente. Per il Calcio Napoli tre milioni non sono certo molti, e per Aurelio De Laurentiis sono ancora meno. Ma la questione nel caso di specie non è di “vil denaro”, bensì di principio”.

E affonda il colpo: “E’ una questione di principio, che non riguarda solo il Calcio Napoli, ma l’intero sistema del calcio italiano, che deve spogliarsi del suo atteggiamento dilettantistico per affrontare le sfide guardando al rispetto delle regole delle imprese, delle società per azioni, del mercato. Ma fino a quando si consentirà che la “regola” sia la “deroga”  il sistema calcio non si potrà evolvere e continueranno a esserci i ‘casi Spalletti'”