L’AQUILA – Gli universitari dell’Aquila vanno sensibilizzati al mondo della musica classica.

Questo il pensiero di Francesco Zimei, musicologo aquilano che si divide che tra il capoluogo abruzzese, Roma e Firenze, dove sta effettuando una ricerca per conto della Harvard University.

Presidente da 14 anni dell’Istituto abruzzese di storia musicale, Zimei dirige tre collane musicologiche della Libreria musicale italiana ed è inoltre membro dei comitati scientifici della Rivista italiana di musicologia e di Humanistica.

Il musicologo internazionale dà ad AbruzzoWeb il suo punto di vista complessivo sulla musica italiana e abruzzese del passato e del presente, insistendo sui giovani come pubblico ancora poco sensibile al mondo della musica classica e che per questo va avvicinato a questo genere.

Da musicologo, che contributo ha dato l’Abruzzo alla musica classica?

Un contributo che si perde nella notte dei tempi: prima con la società aquilana dei concerti, poi con iniziative autonome, è nato un nucleo di interpreti che si sono occupati di queste cose con un certo successo. Ricordo particolarmente il Festival di musica antica Musicarchitettura 1992 organizzato da me e Fabrizio Pezzopane in occasione del restauro dell’organo di San Bernardino con la soprintendenza delle Belle Arti, un tassello importante della storia della musica antica… Da quegli anni molte cose sono state fatte: rilevante anche l’attività del dipartimento di musica antica in memoria di Maurizio Pratola, effettuato qualche giorno fa presso il Conservatorio “Casella” dell’Aquila.

Qual è secondo il suo punto di vista l’utenza della musica classica oggi?

È un discorso difficile. Per quanto mi riguarda mi sono occupato bene della questione e posso affermare che la musica classica non è più tradizionalmente ascoltata. Il concerto pubblico a pagamento nacque alla metà del ‘700 come occasione per la borghesia di praticare attività che un tempo erano appannaggio della nobiltà e del clero. Agli spettacoli si cominciò in tal modo ad assistere non per “diritto divino”, ma pagando il biglietto. Ciò ha incrementato a dismisura la produzione di “musica d’arte”, favorendo oltretutto l’autonomia dei compositori.

Ma oggi che la classe borghese è morta da buoni quarant’anni, l’ascolto “colto” non può più far leva sugli stessi meccanismi di fruizione. Una volta la “buona società” si ritrovava al concerto di domenica, oggi questo atteggiamento resiste soprattutto nelle città di provincia come L’Aquila, dove Nino Carloni aveva abituato il pubblico a una programmazione di grande livello. Oggi bisogna avere il coraggio di cambiare.

Al di là della classe sociale, la fascia di età che più risulta vicina a questo genere di musica non è di certo quella più giovane: come spiega il fenomeno e come crede possibile una sensibilizzazione verso quella porzione di pubblico?

Oggi nelle città di provincia sono per lo più le persone anziane o comunque i pensionati a frequentare i concerti come momento di intrattenimento, mentre i giovani identificano questo genere di musica come qualcosa di poco affine al loro modo di vivere. Sicuramente una buona porzione di pubblico che apprezzerebbe gli eventi di musica classica sarebbe la popolazione universitaria, che dai noi conta 20 mila unità. Probabilmente fare qualcosa il loro coinvolgimento, soprattutto nel contesto aquilano, dotato per esempio di un eccellente conservatorio, sarebbe una scelta vincente per sensibilizzarli, anche perché i giovani verrebbero anche da tutte le città vicine.

Secondo il suo parere qual è il musicista italiano che sta dando il maggior contributo alla musica classica odierna?

Si potrebbero fare molti nomi, l’Italia ha sempre dato tanto sotto questo punto di vista. Basta ricordare, tra i direttori, Claudio Abbado e Riccardo Muti, che sono sulla breccia da una cinquantina d’anni, o il più giovane Fabio Luisi, che riscuote grande successo estero, per non parlare di solisti come Pollini e Brunello. Tra i compositori ho notevole stima per uno come Giovanni Sollima e per i “nostri” Crivelli e Battistelli.

A differenza dell’immortale musica classica, come valuta la musica leggera di oggi, così bisognosa di rinnovarsi e reinventarsi di continuo?

La situazione della musica leggera è uguale e contraria rispetto a quella della musica colta. Oggi non ci sono distinzioni sociali, razziali, culturali; la musica tende ad assomigliarsi tutta, in qualsiasi parte venga concepita. Inoltre, a parte rarissime e talora anche valide eccezioni, si tratta di un genere indubbiamente condizionato dal marketing, dove spesso il “prodotto” nel giro di tre mesi diventa già vecchio.

Insomma è semplice aggregazione sociale piuttosto che vera e propria preferenza ragionata?

Si tratta sicuramente di un forte momento aggregativo, ma il problema è che questa musica non si preoccupa di andare nel profondo dell’animo umano. Spesso le grandi major dietro si trovano per esempio a “inventare” i gruppi dal nulla, sulla base di una semplice analisi di mercato, e secondo la moda del momento, per darli in pasto all’ascoltatore medio. La musica è, così, un mero prodotto di consumo, un entertainment fine a se stesso per cui non nutro una particolare simpatia. Anche i luoghi dove si ascolta la musica moderna sono per lo più affollati e rumorosi e la stessa musica viene riprodotta a volumi troppo alti, tanto da impedire il dialogo.

Fino al 26 agosto l’estate musicale aquilana offrirà l’evento “Pietre che cantano”. Sarà presente?

Purtroppo potrò partecipare poco, essendo molto preso dal mio progetto di ricerca in Toscana. Tuttavia mi permetto di segnalare, il 14 agosto a Bominaco, Passione duecentesca che ho ricostruito sulla base di importanti fonti aquilane.

L’auditorium della Scuola ispettori e sovrintendenti della Guardia di finanza ospita molti concerti, le piace quella struttura?

Penso che si tratti di uno spazio indispensabile: la struttura è molto capiente e l’acustica è abbastanza buona, ed è anche una sala che offre la possibilità di fare una programmazione qualitativamente elevata senza sacrificare la partecipazione del pubblico.

Pochi giorni fa purtroppo è venuto a mancare Lucio Barattelli, un suo ricordo?

Dico semplicemente che mi dispiace umanamente, era una persona che conoscevo molto bene. (cr.al.)