MONTESILVANO – Rischiano di finire sotto processo tre medici dell’ospedale civile di Pescara, per aver causato “per colpa la morte della loro paziente”: Veronica Costantini, 32 anni di Montesilvano, deceduta in aprile per un edema cerebrale massivo provocato da una encefalite derivante da un herpes.

Come si legge sul quotidiano Il Centro, la donna si sentì male il primo aprile e venne trasportata in ospedale, ma dopo poche ore venne dimessa: qualche giorno più tardi, con l’aggravarsi delle sue condizioni, ci fu il secondo ricovero, ma il suo cuore cessò di battere il 6 aprile. La procura fece eseguire l’autopsia dal dottor Cristian D’Ovidio, affiancandogli anche un infettivologo, e il risultato fu morte per “ipertensione endocranica maligna secondaria ad encefalite erpetica complicata da arresto cardiocircolatorio”.

La famiglia, tramite l’avvocato Anthony Hernest Aliano, presentò una denuncia che ha portato oggi alla individuazione di tre presunti responsabili da parte del sostituto procuratore Andrea Papalia: Giulio Calella, difeso da Augusto Di Boscio, dirigente medico di malattie infettive del Santo Spirito, la dirigente medico del servizio psichiatrico Annamaria Pace, assistita da Guido Cappuccilli, e il responsabile del servizio Antonio D’Incecco, difeso invece dagli avvocati Gianluigi Tucci e Federico D’Incecco.

L’accusa è quella di omicidio colposo, a causa di una presunta diagnosi sbagliata, per cui è stata costitutita un’apposita task force del ministero della Salute inviata a Pescara per far luce su quel decesso

A pesare sull’accusa le difficoltà della donna nel parlare, prima del decesso, che “non vennero prontamente comprese e la paziente venne ricoverata nel reparto di psichiatria. Ora il pm Papalia punta il dito sui tre medici che, anche dai sintomi, avrebbero dovuto procedere con la terapia giusta per salvarle la vita”.

In particolare, l’ifettivologo Calella è accusato di aver agito con negligenza e di “non aver diagnosticato tempestivamente la patologia di encefalite su base infettiva da cui era affetta la paziente e, conseguentemente di non aver adottato tempestivamente l’adeguato e corretto percorso terapeutico, farmacologico, pur in presenza di sintomatologie potenzialmente evocative della suddetta patologia quali stato febbrile e alterazione dello stato mentale”. Stesse accuse per gli altri due colleghi del servizio psichiatrico, dove la donna era stata ricoverata con diagnosi di “stato confusionale da sospetta psicosi all’esordio”, che non avrebbero invece “rivalutato il sospetto diagnostico anche attraverso la tempestiva richiesta di nuova consulenza infettivologica e di esami di laboratorio e accertamenti strumentali”