AVEZZANO – Il ministero della Salute è stato condannato a risarcire con 150 mila euro, la famiglia di una donna, C.D., morta a causa di una trasfusione di sangue infetto.
Come si legge dalle pagine del Centro, la vicenda ha inizio nel 1967, quando, C.D. Di Luco dei Marsi (L’Aquila) è stata ricoverata in ospedale e sottoposta a numerose trasfusioni di sangue che poi si è scoperto essere infetto, poiché la donna contrasse l’epatite c.
Nel 1993 la donna con la sua famiglia e gli avvocati, Callisto e Antonello Terra, hanno intentato causa al ministero della Salute. In quella sede, il docente di medicina legale dell’Università la Sapienza di Roma, Mauro Arcangeli accertò il nesso di casualità per le trasfusioni e in particolar caso, per le epatite c.
La sentenza di primo grado è stata appellata dal ministero e si passò così alla Corte d’Appello, ricorso però, rigettato dai giudici dell’Aquila e confermato le decisioni del tribunale marsicano sul risarcimento in favore dei familiari di C.D.
La donna è morta nel marzo del 2010 all’età di 68 anni.
Dal 1970 al 1990 sono stati riscontrati più di duemila casi di contagio con Hiv e Hbv, a causa di trasfusioni, e il governo ha importato grandi quantità di sangue da emoderivati anche da paesi potenzialmente a rischio, tralasciando i controlli prima delle trasfusioni sui pazienti.
Solo dopo una serie di scandali è aumentato il controllo.




