L’AQUILA – Clamoroso sviluppo nella battaglia legale scatenata dalla rti I Platani e Todima dell’Aquila contro la Asl provinciale dell’Aquila, dopo la revoca di gennaio da parte dall’appalto da 5 milioni di euro per la ristrutturazione Residenza sanitaria assistita di Montereale.

Vicenda su cui è scattata una indagine della Procura dell’Aquila, con al centro una struttura fondamentale per l’alto Aterno aquilano, una delle più clamorose incompiute, resa inagibile dal terremoto del gennaio 2017, e dove i lavori sono fermi da metà 2024.

Le imprese estromesse, I Platani e Todima dell’Aquila, rispettivamente degli imprenditori Silvano Palmerini e Marino Serpetti, hanno sfoderato una memoria aggiunta, in sostanza una seconda denuncia, all’esposto già depositato al Tribunale dell’Aquila contro la Asl in cui si dimostrerebbe che la responsabilità del blocco dei lavori, avvenuto nel 2024 e che l’ex dg Ferdinando Romano addusse come motivo della revoca, va invece ascritta alle “gravi inadempienze” del direttore dei lavori, Marcello D’Onofrio, quale rappresentante e mandatario del raggruppamento di professionisti a cui era stato conferito l’incarico per la progettazione esecutiva, e che poi dalla stessa Asl è per questa ragione stato rimosso dall’incarico.

Tirato in causa per le sue presunte “omissioni” anche il rup Mauro Antonello Tursini.

Alla memoria si allegano anche le audio-registrazioni di un incontro con l’ingegnere della Asl Remigio Tecchia, in cui si confermerebbe che “la responsabilità del ritardo era del direttore dei lavori e non dell’impresa” e in cui all’impresa “si chiedeva di finire i lavori nonostante non avesse il progetto”.

Per tali ragioni, argomenta l’avvocato Monica Passamonti del Foro di Teramo, difensore di Silvano Palmerini, la revoca dell’incarico da parte della stessa Asl appare “ingiusto e immotivato”, in quanto le imprese, sono rimaste vittima “delle inadeguatezze del progetto e della direzione dei lavori; dell’intempestività della redazione del progetto di completamento; del mancato adempimento del Rup; della inadeguatezza della contabilità dei lavori; dell’impossibilità di concludere i lavori senza ulteriori opere non previste”.

La revoca in danno dell’appalto avviato nel 2020 era come detto stato decisa a gennaio scorso dall’ex dg Romano, ora dg del policlinico di Tor Vergata a Roma, per presunti ritardi e omissioni, dopo uno stop ai lavori di circa sei mesi, con segnalazione anche all’Anac, l’Autorità anticorruzione.

Inevitabile è stato dunque il deflagrare del contenzioso, con l’apertura di una indagine della Procura dell’Aquila, coordinata dal sostituto procuratore Roberta D’Avolio, con un blitz della Guardia di finanza negli uffici Asl per sequestrare le carte, a seguito di un esposto delle due ditte escluse e con il dente avvelenato.

Gli anziani ospiti, oltre 60, sono da tempo trasferiti nella struttura dell’ex Onpi nel capoluogo, e Montereale continua a subire gravi conseguenze in termini occupazionali e di indotto. Al centro dell’inchiesta c’è anche una variante, di ben 1,9 milioni di euro, prevista ma mai approvata, da parte della Asl provinciale per integrare il progetto che fin dall’inizio della commessa avrebbe mostrato parecchie pecche rispetto alla fotografia iniziale dell’opera messa a bando.

Una patata bollente, che ha già dato adito a duri scontri politici, che ora suo malgrado è in mano al nuovo dg, Paolo Costanzi, entrato in servizio il 1 settembre, dopo l’interregno del facente funzione, Stefano Di Rocco, direttore amministrativo, che ha traghettato l’indebitatissima Asl, impegnata a risparmiare nei prossimi tre anni 15 milioni di euro, dopo che Romano è uscito di scena da inizio giugno: questo perché è il dipartimento regionale Salute ha bocciato la seconda proroga chiesta con forza dal presidente della Regione, Marco Marsilio, di Fdi, ora commissario del Policlinico di Tor Vergata a Roma, la sua città di adozione.

Nella memoria difensiva dell’avvocato Passamonti si fa riferimento alla documentazione che attesta che l’azienda sanitaria ha inteso risolvere il contratto di opera professionale con l’ingegnere D’Onofrio, e che a detta del legale, “apre scenari inquietanti”.

Si legge infatti che “la risoluzione del contratto d’opera consegue al grave inadempimento alle obbligazioni assunte nel contratto d’opera, in riferimento alle “prestazioni di progettazione e quelle ad esse accessorie”, in modo tale da consentire  l’immediata appaltabilità e cantierabilità”, e ancora, “il risultato nella fattispecie di rendere un elaborato progettuale completo e cantierabile non si è rilevato tale”, che “viene riscontrata ulteriore inadempienza in relazione al mancato rispetto della tempistica contrattuale di progettazione delle opere complementari, considerando le varie revisioni degli elaborati progettuali trasmesse, non ultimo l’invio a mezzo pec in data 09/09/2024″, e ancora che “la direzione dei lavori non è stata in grado di stabilire con esattezza, nonostante il cantiere fermo dal 28/6/2024 e con l’abbondante tempo trascorso, quali siano state realmente le lavorazioni eseguite per poterle materialmente allibrare sui registri contabili”.

Nella memoria della Todima si sostiene poi che “l’azienda sanitaria ha ottenuto un parere tecnico/legale sottoscritto dall’Ing. Remigio Tecchia, della Struttura di supporto al rup e dall’avvocato Corrado Bocci, attualmente non in possesso dell’esponente e che si chiede venga acquisito dalla Procura”, in cui risulterebbe affermato che “il novero delle violazioni contrattuali appare in conclusione di significativa rilevanza e tale senz’altro da confermare nel complesso i presupposti per la prospettata risoluzione del contratto per grave inadempimento del progettista e direttore lavori”.

Da questa nota prosegue il legale, si ha conferma che “la responsabilità del ritardo era del direttore dei lavori e non quindi dell’impresa”.

E nella memoria si riportano le audio-registrazioni dell’incontro dell’11 novembre 2024 con l’ingegnere della Asl Remigio Tecchia, in cui si afferma che “la responsabilità del ritardo era del direttore dei lavori e non quindi dell’impresa”; che, “per conto della Asl, all’impresa ‘si chiedeva di finire i lavori nonostante non avesse il progetto’, aggiungendo che comunque ‘avrebbero applicato le penali’; che l’impresa avrebbe dovuto emettere un Sal da 500mila euro che la Asl non avrebbe pagato, per simulare responsabilità inesistenti. Nonostante la Asl non volesse riconoscere i lavori già effettuati, le imprese – si legge ancora nelle registrazioni – avevano ‘già pagato i fornitori e i subappaltatori’, e un simile comportamento ‘avrebbe rovinato l’impresa’”.

Tutte circostanze, si legge dunque nella memoria, che confermano “diremmo inaspettatamente se non addirittura incredibilmente”,  quanto dalle aziende sostenuto nell’esposto.

Ovvero che la società I Platani “non ha alcuna responsabilità” nello stop dei lavori, “essendosi trovata esposta, tra l’altro alle conseguenze della inadeguatezza del progetto e della direzione dei lavori; all’intempestività della redazione del progetto di completamento, la cui redazione era stata ripetutamente ed invano promessa; al mancato adempimento del Rup delle obbligazioni su di esso facenti carico, quali il concordamento dei nuovi prezzi o l’approvazione formale dei lavori extra progetto richiesti dal DL;  alla inadeguatezza della contabilità dei lavori da allibrare nel quinto SAL, avendo il RTI in realtà eseguito lavori per importi ben maggiori rispetto a quelli riconosciuti dall’Azienda; all’impossibilità di concludere i lavori essendo necessario eseguire preventivamente lavorazioni non previste nel progetto, bensì da inserire nella predetta perizia di completamento inutilmente e ripetutamente sollecitata”.

Il che “rende all’evidenza riscontrata l’illiceità delle iniziative assunte a danno del raggruppamento temporaneo di imprese”, dalla Asl, “attraverso le iniziative assunte.

Ulteriormente “inquietante” appare poi conclude l’avvocato, che i gravi inadempimenti del Direttore dei Lavori sono emersi non già all’esito di difficoltose ricostruzioni, bensì da una semplice lettura degli atti di cantiere, il che dimostra come la situazione di grave illegittimità delle pretese della Asl fosse effettivamente supportata dalla minaccia di mali che gli autori di esse sapevano essere ingiusti, potendosi quindi configurare anche la sussistenza del dolo, non solo in capo al rup, all’Ing. Tecchia e al direttore lavori, ma anche in capo al direttore generale dell’Azienda”.