ROMA – Contatto fisico non richiesto, violenze verbali, catcalling, fischi: sono alcune delle molestie che avvengono negli atenei, luogo non considerato sicuro dal 20% di chi ha risposto al questionario dell’Unione degli Universitari, 1.500 persone in meno di un mese raggiunte tramite social e mailing list.

Il dato è contenuto nel report “La tua voce conta” realizzato dall’Udu e presentato alla Camera proprio in occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne. “Una giornata di lotta”, come sottolineato dalla coordinatrice nazionale Udu, Camilla Piredda.

“Sono stata più volte toccata dal mio relatore di tesi durante le correzioni del testo”, “Con quel visino può fare la escort, ci pensi. Guadagnerebbe anche bene”. Sono solo alcune delle 300 testimonianze raccolte dal rapporto. Tutti gli episodi descrivono una sensazione “di disagio e paura nella persona abusata dentro un contesto formativo”.

I racconti che parlano di molestie verbali e fisiche e sono affidati a una risposta aperta del questionario; non si limitano, poi, soltanto a periodi recenti: arrivano anche agli anni Ottanta.

Tra le segnalazioni ci sono anche quelle che riguardano discriminazioni di matrice razziale o abilista e, in minor misura, abusi nei confronti dei ragazzi. Inoltre, per il 22,4% degli intervistati il clima all’interno dell’università non mette le vittime di molestia nelle condizioni di denunciare: per paura di ripercussioni sulla propria carriera, per il giudizio dei compagni di corso, per la consapevolezza che l’abusante non avrà nessuna conseguenza. Sono infatti proprio i docenti a essere considerati come i soggetti “più pericolosi”, quelli più inclini “a perpetuare molestie e violenze” negli atenei.

A pensarlo è quasi la metà delle persone, il 48%. Subito dopo ci sono i compagni di corso, 47%, e di studentato, 32%. Coerentemente a questi dati, lo spazio universitario considerato meno sicuro è l’ufficio del docente, prima della sede del tirocinio, 34,7%, e dello studentato, 32%. E per quasi la metà delle persone, il territorio in cui si studia non è per niente o abbastanza attrezzato a ricevere e a gestire segnalazioni di violenza o molestia. Solo il 25,7% riporta la presenza di un centro antiviolenza (cav) nell’ateneo.

L’indagine dell’Udu però non si ferma qui. Dopo la presentazione dell’8 marzo, fanno sapere i promotori, verrà riaperta.

Intanto le soluzioni individuate – “non risolutive, ma un primo passo” – sono tre: “rendere gli sportelli antiviolenza presenti in ogni ateneo, rendere obbligatoria la consigliera di fiducia o di garanzia e creare percorsi di prevenzione e di informazione per riconoscere la molestia”

. Piredda sostiene che il primo passo debba essere fatto nelle scuole e che la soluzione arriverà “quando i cav verranno chiusi perché non ce ne sarà più bisogno, non quando continueremo a chiedere di aprirli perché ce n’è sempre più bisogno”.