PESCARA – Pochi giorni fa la Guardia Costiera di Vasto ha sequestrato 50 ombrelloni e 50 sdraio posizionate in assenza totale di titoli concessori rilasciati dal Comune, e ha deferito il responsabile all’Autorità Giudiziaria per occupazione abusiva di demanio marittimo.
Un esempio, di come le spiagge libere siano sempre più sotto assedio, e la libera fruizione del mare, bene pubblico sempre più di fatto privatizzato.
Il tutto, accade al di là del caso citato, in modo legittimo: secondo i dati di Legambiente, le concessioni balneari in Italia sono 12.166, aggiornate a maggio 2021. Erano 10.812 in quello precedente del 2018. Si è registrato insomma un aumento del 12,5% in 3 anni. Sono invece 1.838 le concessioni per campeggi, circoli sportivi e complessi turistici, anch’esse in aumento rispetto alle 1.231 del 2018. Le restanti concessioni sono distribuite su vari utilizzi, da pesca e acquacoltura a diporto, produttivo.
E dunque complessivamente si può stimare che solo metà delle spiagge del Paese sia liberamente accessibile e fruibile alla balneazione.
Risulta occupato, infatti, da stabilimenti balneari quasi il 43% delle coste sabbiose, mentre il 7,2% fa parte della costa sottratta alla balneazione per inquinamento o perché non monitorata da campionamenti stagionali.
In Abruzzo accade poi che su 114 chilometri di spiagge di costa sabbiosa, il 48,1% è occupata da stabilimenti balneari, campeggi, circoli sportivi e complessi turistici, una quota superiore alla media italiana, anche se non si raggiungono le percentuali della Liguria, al top con il 69,9% dell’Emilia-Romagna 69,5% e della Campania, 68,1% e delle Marche, 61,9%.
All’estremo opposto, troviamo il Molise, la cui costa è occupate da stabilimenti per appena il 19,9% la Sardegna, 20,7%, la Sicilia 22,4%, la Basilicata, 28,2%, la Calabria 29,4%.
Quella abruzzese è però come altrove una media del pollo: ci sono località dove la percentuale di spiaggia occupata e in concessione è ben superiore al 48,1%: è il caso dei tratti di costa di Pescara 84%, Alba Adriatica 83%, Francavilla al Mare 76,3% e Montesilvano, 73,6%.
Tra i dati più alti d’Italia, in cui spicca il comune di Gatteo, in Provincia di Forlì e Cesena, dove tutte le spiagge sono in concessione, come pure sono sopra al 90% le concessioni a Pietrasanta e Camaiore, in provincia di Lucca, a Montignoso, in provincia di Massa e Carrara, a Laigueglia, in provincia di Savona, e a Diano Marina in provincia di Imola, in cui quel poco di spiaggia libera si trova solo pochi metri spesso agli scoli di torrenti e in aree degradate.
Si dirà: almeno l’erario incasserà molti soldi da tutte queste spiagge date in concessione.
Risposta negativa: al netto di un giro d’affari miliardario, lo Stato ha incassato nel 2020 appena 92 milioni e 566mila euro per 12.166 concessioni ad uso turistico.
Una situazione che ha dell’incredibile stigmatizzata anche dalla Corte dei Conti, secondo cui “i canoni attualmente imposti non risultano, in genere, proporzionati ai fatturati conseguiti dai concessionari attraverso l’utilizzo dei beni demaniali dati in concessione, con la conseguenza che gli stessi beni non appaiono, allo stato attuale, adeguatamente valorizzati”.
L’Abruzzo, come già illustrato da Abruzzoweb, non fa eccezione, e attingendo dalle fitte tabelle del Ministero delle Infrastrutture aggiornati a maggio 2021, si scopre che per le 891 concessioni balneari da Martinsicuro a San Salvo, il prezzo medio è di 13mila euro l’anno, poco più di mille euro al mese, e se ci sono stabilimenti che pagano anche più di 40.000 euro, sono 250 circa, che non superano il canone annuale di 5.000 euro, e in molti casi tra questi le 3.000 euro. E questo in un campione non completo, perché c’è una parte delle 891 concessioni i cui non si hanno dati, nella ricognizione del Ministero. Nessuna informazione ad esempio proprio per San Salvo, e pochissime per Giulianova. Come si può leggere più nel dettaglio qui di seguito.
La questione dei canoni è salita alla ribalta con la famigerata direttiva europea Bolkestein, del 2006, che anche al governo italiano ha imposto di liberalizzare le concessioni pubbliche, cioè i beni di proprietà statale come le spiagge, attraverso gare con regole equilibrate e pubblicità internazionale.
“In Italia – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – non esiste una norma nazionale che stabilisca una percentuale massima di spiagge che si possono dare in concessione. Un’anomalia tutta italiana a cui occorre porre rimedio. L’errore della discussione politica di questi anni sta nel fatto che si è concentrata tutta l’attenzione intorno alla Direttiva Bolkestein finendo per coprire tutte le questioni, senza distinguere tra bravi imprenditori e non, e senza guardare a come innovare e riqualificare. È un peccato che non si sia riusciti a definire le nuove regole in questa legislatura, in modo da togliere il tema dalla campagna elettorale. Occorre, infatti, dare seguito alle innumerevoli sentenze nazionali ed europee, altrimenti si arriverà presto a multe per il nostro Paese per violazione delle direttive comunitarie e, a questo punto, anche di una legge nazionale che stabilisce di affidarle tramite procedure ad evidenza pubblica a partire dal primo gennaio 2024″.
C’è poi un altro problema: un considerevole numero di stabilimenti, in modo del tutto illegale impediscono il libero accesso alla spiaggia, ovvero al mare nel tratto in loro concessione.
“In gran parte delle aree costiere di regioni come Lazio e Campania – si legge nel Rapporto – si assiste a situazioni incredibili, in cui l’illegalità diffusa non permette ai cittadini di usufruire gratuitamente delle spiagge, perché vengono installate cancellate che impediscono l’accesso ad ampie porzioni di costa”
Invece, si legge ancora in “Emilia-Romagna il libero accesso alla spiaggia è sempre garantito ed in Veneto ci sono ampi spazi di spiaggia libera di fronte agli ombrelloni degli stabilimenti privati; in questi territori sono stati creati consorzi per coordinare e garantire percorsi virtuosi che interessano le spiagge dei vari comuni, viene prestata attenzione ai temi dell’erosione costiera ed ai cambiamenti climatici”.







