PALERMO – Individuato nel Trapanese dai carabinieri del Ros il covo di Matteo Messina Denaro, l’ex latitante arrestato ieri presso la clinica Maddalena di Palermo dove si era recato per svolgere alcune terapie. Le indagini, coordinate dal procuratore Maurizio De Lucia e dall’aggiunto Paolo Guido, hanno condotto i carabinieri a Campobello di Mazara, di cui è originario l’autista, accusato di favoreggiamento, Giovanni Luppino, un commerciane di olive incensurato, arrestato insieme al boss di Castelvetrano. Anche Alfonso Tumbarello,
70 anni, il medico che aveva in cura Andrea Bonafede, alias Matteo Messina Denaro, è indagato nell’ambito dell’arresto del super latitante. Tumbarello è di Campobello di Mazara ed è stato
per decenni medico di base in paese, sino a dicembre scorso, quando è andato in pensione. Tumbarello sino a qualche mese fa è stato medico del vero Andrea Bonafede, 59 anni, residente a
Campobello di Mazara e avrebbe prescritto le ricette mediche a nome dell’assistito. Ieri i carabinieri hanno perquisito le abitazioni di Campobello, di Tre Fontane e l’ex studio del medico che è stato anche interrogato.
Gli investigatori – coordinati dalla procura di Palermo – da subito avevano avviato perquisizioni partendo anche dall’automobile utilizzata dal boss per raggiungere la struttura sanitaria, alla ricerca di elementi utili per raggiungere il covo. I magistrati e gli inquirenti, nel corso della conferenza stampa avevano affermato che Messina Denaro “proveniva dal suo territorio”. Per questo le ricerche si erano concentrate in particolare sulla zona di Campobello di Mazara, vicino al paese dell’ex superlatitante.
Intanto il ministro della Giustizia Carlo Nordio a Radio 24 parlando dell’arresto di Matteo Messina Denaro ha detto “su alcuni giornali si leggono “sibili di rancore” da parte di chi “non si rassegna al fatto che questa grandissima operazione sia stata operata da un governo di
centro-destra. Dopo aver lamentato una inerzia di questo governo nei confronti della lotta alla mafia arriva un successo straordinario”.
C’è però a che chi fa da contraltare all’entusiasmo generale: il magistrato Nino Di Matteo, membro del Csm e già sostituto procuratore a Palermo e Caltanissetta, che è stato recentemente intervistato da Abruzzoweb sulla trattativa stato Mafia e sul libro “Il patto sporco e il silenzio”
“Matteo Messina Denaro è stato catturato a Palermo, in pieno centro, e non possiamo quindi dimenticare il fatto che è stato latitante per 30 anni – ha detto Di Matteo. Oggi tutti parlando di grande vittoria dello Stato, ma io credo che la grande vittoria dello Stato si avrà, veramente, quando si farà luce su due aspetti della storia criminale di Matteo Messina Denaro: il primo aspetto è quello delle sue conoscenze in merito ai moventi e i possibili ulteriori mandanti delle stragi del ’92 e del ’93, di cui è stato protagonista; il secondo aspetto è quello relativo a una latitanza di 30 anni che è stata troppo lunga per poter essere una latitanza normale. Sicuramente sarà stata, almeno in certi frangenti e da certi ambienti, protetta dall’alto”.
Tornando alle indagini: non sono state trovate armi nel ‘covo’. Si tratta di una abitazione in una palazzina a cui gli investigatori – coordinati dal procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Paolo Guido – sono arrivati ieri a tarda sera. Al suo interno rinvenuti profumi e abiti griffati del boss che amava il lusso e che quando è stato arrestato portava un orologio da 35 mila euro.
Gli investigatori cercano elementi sui documenti ‘segreti’ di cosa nostra e elementi per individuare la rete di fiancheggiatori e favoreggiatori di Messina Denaro. La procura della repubblica di Palermo ha posto i sigilli sull’appartamento di via Cb31, nel paese vicino a Castelvetrano. Sul posto gli investigatori del Ros. Quelli del Ris di Messina effettueranno i rilievi scientifici.
“Non ci sono misteri nè segreti inconfessabili. Abbiamo lavorato per anni e anni e gli abbiamo fatto terra bruciata intorno. Fino a questo risultato straordinario che deve essere dedicato a tutte le vittime di mafia”: lo ha affermato il comandante generale dei Carabinieri, Teo Luzi, raccontando gli sforzi che hanno portato alla cattura di Matteo Messina Denaro in un’intervista al Corriere della Sera.
“Nell’ultimo mese avevamo capito che il cerchio si stava stringendo e sapevamo che ogni momento poteva essere quello buono”, ha detto Luzi, “negli ultimi giorni eravamo più consapevoli, ma la storia ci ha insegnato che nulla è scontato soprattutto quando si tratta di un capomafia”.
“Le nostre ricerche – ha aggiunto – si sono sempre concentrate in Sicilia, eravamo pienamente consapevoli di dover trovare un buco nella rete di protezione del capo. Ma è bene sapere che si tratta di una rete stretta e non facilmente penetrabile, dopo la cattura tutto sembra semplice. Avevamo un pool di investigatori dedicati esclusivamente a questa indagine e con un gioco di squadra – che evidentemente comprende la polizia di Stato e gli altri apparati di sicurezza – siamo riusciti ad afferrare il filo giusto. Il metodo del generale Carlo Alberto dalla Chiesa è quello tuttora applicato dai colleghi del Ros che prevede la perseveranza e soprattutto la scelta di utilizzare le tecniche investigative tradizionali. Vuol dire raccolta di tantissimi dati informativi dei reparti dei carabinieri, intercettazioni telefoniche e ambientali, verifiche sulle banche dati dello Stato, interrogatori”.
“Questa è una battaglia vinta, non è certamente la fine della mafia”, ha sottolineato il comandante dell’Arma, “noi continueremo la lotta contro Cosa Nostra perché il cerchio non è chiuso e anzi le indagini devono andare avanti nella consapevolezza che il nemico è tuttora forte e capace di infiltrarsi nelle istituzioni. Quando la mafia non spara non vuole dire che non sia attiva, anzi. La cattura di Messina Denaro ci da’ nuovi stimoli ad andare avanti proprio seguendo il metodo applicato finora. C’è un’altra rete, quella degli affari e delle infiltrazioni, che va smantellata”.
C’è poi la polemica sulle intercettazioni innescata dal capogruppo del Movimento 5 Stelle in Senato, Barbara Floridia.
“Sono passate poche settimane da quando il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ospite de
‘L’aria che tira’ su la7, diceva con assoluta sicumera che “i mafiosi non parlano al telefono”, per giustificare l’attacco alle intercettazioni. Oggi invece lo stesso Nordio fa sapere che “le intercettazioni sono indispensabili per il terrorismo e la mafia. È questo il livello del governo targato Giorgia Meloni: su argomenti decisivi per la vita dei cittadini e del Paese cambiano idea come le stagioni fino a smentire addirittura se stessi”.
Infine tra i testimoni inconsapevoli della cattura nella Clinica Maddalena di Palermo, c’è stato anche l’ex attaccante Totò Schillaci.
“Ero in ospedale che stavo aspettando per entrare, saranno state più o meno le 8,15, poi ho visto arrivare tutti i carabinieri mascherati, incappucciati e ci hanno bloccato tutti”. Senza saperlo così il 58enne ex attaccante della Juventus e dell’Inter, capocannoniere con l’Italia ai Mondiali del 1990, si è ritrovato ad assistere all’arresto: “Ero nella zona del bar – ha aggiunto Schillaci – non sono nemmeno arrivato a entrare al bar perché mi stavo fumando una sigaretta quando ho visto arrivare tutti improvvisamente incappucciati, mascherati con il passamontagna e ci hanno fermato tutti. Non sono riuscito a vedere molto, perché ci hanno detto di rimanere fermi dove eravamo”.






