L’AQUILA – Meno ricchi che al debutto ma con l’orgoglio di aver fatto parte del più alto consesso che può determinare le sorti del Paese e di aver partecipato ben due volte all’elezione del presidente della Repubblica.
Lasciano così Roma due decani abruzzesi del Parlamento, il deputato Fabrizio Di Stefano e la senatrice Paola Pelino, entrambi di Forza Italia, che oggi non parteciperanno all’avvio della XVIII legislatura, nel primo caso perché non ricandidato e nel secondo perché non rieletta.
“Un pit stop ci può stare, soprattutto per chi grazie a Dio non vive di politica”, dice sportivamente il primo, “non mi perdo una grande legislatura perché mi sembra sia piuttosto confusa e precaria, e questo è un problema per il Paese che avrebbe bisogno di stabilità, i partiti dovrebbero fare un mea culpa perché era evidente che questa legge elettorale avrebbe comportato questo risultato”.
“Più la legge impedisce agli elettori di scegliersi i propri rappresentanti, più facciamo il gioco di far crescere i cinque stelle, è evidente che l’M5s, che raccoglie il forte voto di contestazione verso un sistema che sulle scelte esclude dalla partecipazione, sia in questo modo favorito”, aggiunge.
“Se anche in Regione dovesse essere fatta una scelta del genere – fa osservare Di Stefano rispetto a quanto paventato dal Partito democratico abruzzese – si farebbe un ulteriore favore al Movimento cinque stelle, solo chi non ha più contatto con il territorio, quindi il Pd, può pensare a scelte che allontanano il territorio dagli eletti”.
Quelle trascorse sui banchi del Parlamento, prima al Senato e poi alla Camera, “sono state due legislature differenti – racconta – la prima è stata bella perché c’era un coinvolgimento e una partecipazione, anche qualitativamente, maggiore, e non perché ci fosse il nostro governo; la seconda è stata più confusa, con i travagli del centrodestra, scissioni e controscissioni, governi ondeggianti, ben tre”.
“Quello che mi lascia? Sicuramente la gratificazione, perché rappresentare il popolo, per chi crede nella politica, è una grande emozione ed una grande responsabilità, ci sono momenti di luce e di ombre certamente, forse nella grandezza dei numeri si ha anche la consapevolezza della non completa possibilità di incidere quanto si vorrebbe nelle scelte. Alcuni passaggi più importanti, quelli che comportavano scelte di carattere eticamente e idealmente coinvolgenti, mi hanno dato l’emozione di partecipare a processi legislativi che davano il senso della responsabilità delle scelte”.
E poi, c’è il voto per il presidente della Repubblica. Un’occasione capitata ben due volte a Di Stefano, che ricorda di aver partecipato all’elezione bis di Giorgio Napolitano nel 2013, pur non avendolo votato “nonostante me lo dicesse il partito”, perché “troppo lontano da me e contro i miei principi e valori, a posteriori penso che anche Berlusconi abbia pensato questo”.
“Votai Franco Marini“, ricorda con un certo orgoglio, “perché pernsavo sarebbe stato signigficativo per l’Abruzzo esprimere il presidente della Repubblica, ritengo che chi, tra gli abruzzesi, addirittura anche di centrosinistra, si è vantato di non averlo votato, dovrebbe ripensare a quella scelta”. Al momento di Sergio Mattarella, invece, due anni dopo, “uscimmo convintamente dall’aula”.
Sulla longevità della legislatura che si apre oggi, Di Stefano dice che “è vero che il 65 per cento dei parlamentari sono nuovi, ma questo non significa che siano più attaccati alla poltrona di altri; tutti, più o meno legittimamente, sono attaccati”. Ma, fa osservare, “la legislatura precedente aveva la maggioranza di centrosinistra alla Camera e al Senato lo scarto era tale da poter essere superato con il sostegno di singoli parlamentari, oggi si parte con numeri diversi quindi serve un accordo politico, sono impensabili stampelle”.
Con la fine dell’esperienza parlamentare, per Di Stefano finisce anche la riscossione della lauta indennità e di tutti i benefit. Ma l’ormai ex deputato avverte: “Appena eletto ho aperto un conto corrente in cui versavo e da cui attingevo per la mia attività politica, dopo dieci anni su quel conto ci sono meno di 30mila euro. Quindi ho investito quasi tutte le mie indennità in politica, perché se hai due o tre segreterie aperte in Abruzzo, se fai iniziative e stampi manifesti è normale che sia così. Se la si vive con impegno, la politica è costosa”.
Anche la Pelino dice di essersi impoverita: “In politica ci ho rimesso – dice – vengo dal mondo dell’impresa e ho sempre sostenuto da sola le mia campagne elettorali e ho sempre onorato gli impegni con i miei collaboratori. Non rientro nei casi in cui si dice ‘si è arricchita con la politica’, anzi è esattamente il contrario!”.
“Tranne un momento iniziale caratterizzato da un minimo di destabilizazione e amarezza – rivela a proposito della mancata rielezione – ritengo si possa lavorare benissimo anche fuori dal Parlamento, non è poi una cosa gravissima, è andata così e bisogna accettarlo con filosofia nella consapevolezza che l’impegno sarà ancora più forte”.
“Io lavoro dall’età di 17 anni e continuerò a farlo comunque, continuo ad andare a Roma al Senato e alla Camera, coltivo rapporti per il territorio, credo che Berlusconi abbia delegato i suoi dando indicazioni ben precise per il fatto che io fossi capolista, del resto è andata a finire così per pochissimi decimali e Forza Italia in Abruzzo ha superato la Lega, ha vinto il centrodestra e va bene così”.
“Tengo a precisare – aggiunge – che mi sono arrivate moltissime telefonate e lettere da tutte le parti della regione fino al presidente Berlusconi, passando per ministri che non appartengono alla mia parte politica fino ai cinque stelle, ecco! Perché con la mia presenza assidua e con le mie attività avevo lasciato un segno, quello che ho avuto e continuo ad avere è uno stimolo in più a lavorare in ogni caso”.






