TERAMO – Esattamente quattro mesi fa il delitto di Melania Rea, la giovane di Somma Vesuviana (Napoli), trovata assassinata con 32 coltellate nel bosco di Ripe di Civitella (Teramo).

Per quell’omicidio c’è un unico indagato, il marito della donna, Salvatore Parolisi, rinchiuso nel carcere teramano di Castrogno.

Lunedì la difesa del caporalmaggiore dell’esercito si giocherà tutte le sue carte nel corso dell’udienza del tribunale del Riesame dell’Aquila, che dovrà decidere sull’istanza di scarcerazione presentata.

Dopo essersi avvalso per due volte della facoltà di non rispondere, infatti, Parolisi, d’accordo con i suoi legali, ha deciso che parlerà.

Rilascerà dichiarazioni spontanee davanti ai giudici, presidente Giuseppe Romano Gargarella, per urlare la sua innocenza.

Una decisione presa a tavolino dagli avvocati Valter Biscotti e Nicodemo Gentile che, in questi giorni, non hanno lasciato trapelare nulla sulla strategia che intendono seguire.

Non vogliono concedere neanche un centimetro di vantaggio all’accusa che, al contrario, è convinta della colpevolezza dell’uomo e sta accumulando indizi per dimostrarlo.

Soprattutto, gli inquirenti vogliono dimostrare che Parolisi non è mai stato al pianoro di Colle San Marco, il luogo in cui il militare ha sempre detto di trovarsi, insieme alla moglie e alla figlioletta Vittoria di 18 mesi, al momento della scomparsa della donna, avvenuta il 18 aprile scorso.

Se i magistrati della Procura di Teramo, che ha la competenza sulle indagini, riescono a smontare alla base il racconto di Parolisi, per l’imputato la strada si presenta in salita.

Sembra concentrarsi su questo aspetto della vicenda, quindi, l’interesse degli investigatori.

Quello che non è stato ancora messo bene a fuoco è il motivo dell’omicidio.

È noto che Parolisi avesse una relazione segreta con L.P., una soldatessa del 235° Rav Piceno della “Clementi” di Ascoli presso la quale prestava servizio. Ma il caporal maggiore si è difeso, con una lettera inviata a una giornalista, scrivendo che “ha tradito ma non ucciso”.

Si sono fatte anche altre congetture: oltre al movente passionale, si è parlato di strani riti dentro la caserma o di misteri di cui Melania sarebbe venuta a conoscenza.

Intanto, intorno all’accusato, è stata fatta terra bruciata. I familiari di Melania, inizialmente dalla sua parte, lo hanno abbandonato: “È un bugiardo, da lui non ci aspettiamo niente”, ha detto Michele Rea, fratello della vittima.

Da quanto riportato nei giorni scorsi, inoltre, sembra che neanche i suoi affetti più stretti si siano fatti vedere dalle parti di Castrogno per visitare il loro congiunto.

E proprio nel carcere continuano ad arrivare molta posta indirizzata a Salvatore. Lettere di spasimanti e di persone che lo invitano a tenere duro ma anche cartoline di insulti: “Vergognati”, “Fai schifo”, “Devi pagare”, sono alcune delle frasi più gettonate che gli scrivono i colpevolisti.

Infine emerge che il blitz del 4 agosto, condotto dagli inquirenti nella casa di Parolisi e della Rea a Folignano (Ascoli Piceno), non avrebbe portato risultati utili alle indagini: in particolare su alcuni oggetti sequestrati, tra cui un portasapone prelevato dal garage dell’abitazione, non ci sono tracce di sangue.

PROCURA ASCOLI NON STA INDAGANDO SULLA ”CLEMENTI”

La procura della Repubblica di Ascoli Piceno, che ha indagato sull’omicidio di Melania Rea, non sta conducendo un’inchiesta su possibili risvolti penali nei rapporti fra gli istruttori del 235° Reggimento Piceno, fra cui il marito della donna, Salvatore Parolisi, e le loro allieve.

È quanto si apprende negli uffici giudiziari ascolani, dopo alcune indiscrezioni apparse sulla stampa.

In passato, prima dell’assassinio di Melania, ci furono alcune denunce su una o forse più singole posizioni di militari: un fascicolo risulta ancora aperto, ma non è collegato né temporalmente né per i soggetti coinvolti con la vicenda del caporalmaggiore Parolisi, ora in carcere a Teramo con l’accusa di uxoricidio.

È dunque la procura militare di Roma, e non la procura ordinaria, a svolgere in queste settimane accertamenti ad ampio raggio sulla gestione dell’unica caserma dell’Esercito in cui vengono addestrate reclute donna.

Il che non significa che i pm di Ascoli non abbiano coltivato “ogni ipotesi investigativa” per individuare il movente dell’omicidio della giovane mamma di Somma Vesuviana, ed eventuali complici di Salvatore Parolisi.

Si è scavato su tutto, anche sull’ipotesi che le ferite post mortem sul corpo di Melania siano state inferte da un complice di Parolisi, o che l’uomo possa aver ucciso con l’aiuto di un’altra persona, ma queste domande non hanno trovato alcun tipo di riscontro, nemmeno minimale.

E sulla vita interna alla “Clementi” non è emerso alcun elemento penalmente rilevante, tale da giustificare un nuovo fascicolo di indagine sulla caserma.

L’inchiesta sul delitto è poi passata alla procura di Teramo per competenza territoriale.

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