L’AQUILA – Il Italia si registra una progressiva riduzione del numero dei medici di medicina generale (Mmg), o medici di famiglia, ed accade in tutte le Regioni: tra il 2019 e il 2023 sono diminuiti complessivamente di 4.749 unità (-12,8%), passando da 42.009 a 37.260.
Le differenze regionali risultano molto marcate: la Sardegna registra il calo più rilevante (-39%), mentre quello più contenuto si osserva nelle Marche (-1,7%) con la sola eccezione della Provincia autonoma di Bolzano (+1%). L’Abruzzo è quarto nella classifica dell’entità della riduzione, dopo Sardegna Puglia e Calabria, con una flessione del 16%.
Ma nelle stesso tempo almeno per ora l’Abruzzo ha un numero minimo di carenze, rispetto a bacini di utenza calcolati in 1.200 persone, solo 9, e la vera emergenza morde altre regioni, come la Lombardia, dall’altro capo della classifica, con 1.525 posti vacanti, su un totale in Italia di 5.575. Il vero problema è però, anche per l’Abruzzo in prospettiva, con tanti medici di famiglia che andranno in pensione, non rimpiazzati da nuove leve.
Questo in sintesi in quadro delineato nel corposo e articolato Rapporto 2025 sul sistema sanitario nazionale della Fondazione Gimbe, diretta da Nino Cartabellotta, presentata nei giorno scorsi presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati. Studio che getta luce su una problematica che riguarda anche la sanità abruzzese, già gravata da un pesante debito, superiore per il Tavolo di monitoraggio di luglio a 126 milioni, e che costringe ora il centrodestra del presidente, Marco Marsilio, di Fdi e dell’assessore alla Salute, Nicoletta Verì, a una drastica manovra di contenimento della spesa.
Un rapporto in cui, dati alla mano, si afferma che “siamo testimoni di un lento ma inesorabile smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale, che spiana inevitabilmente la strada a interessi privati di ogni forma. Continuare a distogliere lo sguardo significa condannare milioni di persone a rinunciare non solo alle cure, ma a un diritto fondamentale: quello alla salute”.
Una delle sezioni è dedicata appunto ai medici di medicina generale, gli Mmg: ogni persona iscritta al sistema sanitario nazionale ne ha diritto, e tramite esso quale può accedere a tutti i servizi e prestazioni inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea).
Attualmente il Mmg non è un dipendente del Sistema sanitario nazionale, ma opera in regime di convenzione con la Asl e il rapporto di lavoro è disciplinato dall’Accordo Collettivo Nazionale (Acn), dagli Accordi Integrativi Regionali e delle singole Asl. Gli Mmg si oppongono con forza al disegno del governo di farli diventare dipendenti della sanità.
Spiega nel rapporto la Fondazione Gimbe: “L’allarme sulla carenza dei MMG riguarda oggi tutte le Regioni e origina da fattori concomitanti: inadeguata programmazione del fabbisogno, pensionamenti anticipati, ridotta attrattività della professione, fattori che si traducono in un carico eccessivo di assistiti per singolo medico e in una progressiva desertificazione delle aree disagiate. In molti contesti questi fattori rendono difficile, se non impossibile, trovare un MMG nei pressi del proprio domicilio, con rilevanti disagi per i cittadini e rischi per la salute”.
Le situazioni più critiche di carenza di Mmg si concentrano in quasi tutte le grandi Regioni ponendo come parametro come detto un Mmg ogni 1.200 persone: Lombardia (-1.525 medici di medicina generale), Veneto (-785), Campania (-652), Emilia-Romagna (-536), Piemonte (-431) e Toscana (-345). L’Abruzzo regista nonostante tutto, ancora una carenza minima, di sole 9 unità. Non si rilevano, invece, carenze in Basilicata, Molise, Umbria e Sicilia
Il numero massimo di assistiti per ciascun Mmg è fissato a 1.500: in casi particolari può essere elevato fino a 1.800 e, in alcune realtà ulteriormente superato attraverso deroghe locali (es. fino a 2.000 nella Provincia autonoma di Bolzano. I dati del Ministero della Salute relativi all’anno 2023 documentano che, su 37.983 Mmg attivi, il 51,7% ha più di 1.500
assistiti; il 30,7% tra 1.001 e 1.500 assistiti; il 10,5% da 501 a 1.000; il 5,6% tra 51 e 500.
L’Abruzzo anche qui è messo meno male da questo punto di vista rispetto ad altre regioni, è solo il 30% degli Mmg ha più di 1.500 assistiti, sulla media italiana del 51%.
Tuttavia “lo scenario è ben più critico di quanto lascino intendere i numeri, perché con l’attuale livello di saturazione dei Mmg risulta compromesso il principio della libera scelta: spesso è impossibile trovare un Mmg disponibile nei pressi del proprio domicilio, non solo nelle cosiddette aree desertificate (zone a bassa densità abitativa, geograficamente disagiate, rurali o periferiche), dove i bandi per gli ambiti territoriali carenti vanno frequentemente deserti, ma anche nelle grandi città metropolitane”.
Secondo i dati forniti dalla Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (Fimmg), tra il 2024 e il 2027, infatti, ben 7.345 Mmg hanno raggiunto o raggiungeranno il limite di età per la pensione, fissato a 70 anni, salvo deroghe.
Parallelamente, nel periodo 2014-2017, il numero annuale di borse di studio ministeriali per il Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale si è mantenuto intorno a 1.000, un numero del tutto insufficiente a compensare i pensionamenti attesi.
Anche qui però l’Abruzzo è la regione messa meglio: nel Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale 2024 la percentuale di partecipanti al bando su numero di borse finanziate ha partecipato il 61% rispetto ai posti, rispetto una media italiana negativa del – 15%.
A seguire dunque l’articolata analisi della Fondazione Gimbe.
“Se tutti i Mmg andassero in pensione al compimento dei 70 anni e se tutte le borse di studio finanziate tra il 2021 e il 2024 fossero state effettivamente assegnate e completate, nel 2027 le nuove leve riuscirebbero a compensare sia i pensionamenti attesi sia le carenze rilevate al 1° gennaio 2024. Si tratta però di uno scenario poco realistico: da un lato cresce il numero di medici che si pensionano prima dei 70 anni; dall’altro si amplia il divario tra borse messe a bando e percorsi conclusi”.
Un gap legato “sia alla mancata partecipazione ai concorsi (il 15% nel 2024), sia agli abbandoni durante il percorso formativo, che interessano almeno il 20% degli iscritti. A determinare l’attuale carenza hanno contribuito, nel tempo, errori di programmazione e politiche sindacali che non hanno favorito il bilanciamento tra i pensionamenti attesi e il numero di borse di studio disponibili”.
Parallelamente, “la professione ha perso progressivamente attrattività per i giovani, che non solo abbandonano in itinere il corso di formazione, ma sempre più spesso scelgono di non partecipare nemmeno al bando. In questo contesto, le soluzioni adottate si sono rivelate insufficienti: l’innalzamento dell’età pensionabile a 72 anni, le deroghe sull’aumento del massimale e la possibilità per gli iscritti al Corso di Formazione in Medicina Generale di acquisire sino a 1.000 assistiti non hanno inciso sulle cause strutturali della crisi. Se la professione di MMG continuerà a perdere appeal, il rischio concreto è che milioni di persone rimangano senza medico di famiglia, con un inevitabile peggioramento della qualità dell’assistenza territoriale e conseguenze particolarmente gravi per la salute delle persone più anziane e fragili”.
Concludendo: “queste criticità dimostrano ancora una volta come il sottofinanziamento del Sistema sanitario nazionale sia stato in larga misura scaricato proprio sul capitale umano. Alla crisi della medicina generale, la politica ha più volte cercato di rispondere con l’idea di una riforma radicale, proponendo il passaggio dal rapporto di convenzione a quello di dipendenza per i Mmg, così da garantirne la presenza stabile nelle Case di Comunità e negli altri servizi delle Asl. Tuttavia, questa ipotesi non ha ancora trovato una reale quadra tra Governo, Regioni e categorie professionali: resta quindi un terreno di confronto irrisolto, mai accompagnato da valutazioni di impatto che ne dimostrino la reale efficacia”.






