L’AQUILA – “In quasi un secolo di attività si cambia vita tante volte, ci si adegua alle mode, alle crisi, alle esigenze del mercato. Si rinasce dopo il terremoto, tentando di reinventarsi anche dopo il covid e si prova a tener duro anche in un centro storico disabitato. La sfida oggi è restare: una scelta del cuore, che non riesce cancellare il legame con una città nonostante le attuali difficoltà, dal calo generale dei consumi alle case vuote, da una tassazione insostenibile alla mancanza di strategie per un reale rilancio. Resistere in queste condizioni è eroico”.
Da uno dei negozi di scarpe più iconici, punto di riferimento per intere generazioni di aquilani e abruzzesi, Christian Ceddia, 50 anni, titolare di Mazzitti 1938, oggi in corso Federico n.24, ripercorre alcune delle tappe più significative di un’attività passata di padre in figlio, un’avventura cominciata dal mercato in Piazza Duomo all’Aquila e che nel tempo ha dato vita a 9 negozi sparsi in tutto l’Abruzzo, con decine di dipendenti. Oggi restano accese vetrine nel capoluogo regionale e a Teramo.
“Mio nonno cominciò vendendo stoffe nel 1938 in una bancarella in piazza, poi si sposò con mia nonna, la cui famiglia già vendeva scarpe, e decisero di aprire il primo punto vendita di calzature in Piazza San Bernardino, intorno agli anni ’50. All’Aquila, all’epoca, eravamo in pochi, c’era tanto lavoro e una buona richiesta, tanto che poi vennero aperti gli altri negozi a Montorio al Vomano, a Teramo, e poi, nel ’60, quella che fino al terremoto del 2009 è stata la nostra sede centrale, in Corso Federico II, dove oggi c’è la Prefettura. Era uno dei negozi di sole scarpe più grandi d’Italia, 450 metriquadri su tre piani”.
Un’attività che negli anni si è più volte rivoluzionata, sempre al passo con i tempi: “Nel 2004 abbiamo avviato un mio progetto che poi, a causa del terremoto, abbiamo dovuto interrompere. Ero riuscito a chiudere un accordo con Nike Italia, pensando, con le varie evoluzioni apportate con l’avvento di internet, di creare un punto vendita a metà tra il negozio fisico e quello virtuale, un Nike store, per consentire ai clienti di ordinare qualsiasi articolo facendo da ponte con l’azienda che, in questo modo, avrebbe avuto una piazza reale senza investimenti. Un’idea che venne subito accolta, tanto che mi chiedero l’autorizzazione a mettere sul mio logo, sull’insegna, sulla carta intestata, lo swoosh, cioè il baffo della Nike”.
Quindi lo spartiacque del terremoto: “Dopo oltre 50 anni siamo stati costretti a traslocare quando, la notte del 6 aprile, è crollato il vecchio palazzo della Prefettura e quindi hanno deciso di trasferire gli uffici nei locali che una volta erano il nostro negozio. Quindi abbiamo dovuto ricominciare nella sede attuale”.
Un periodo difficile quello del post sisma e poi è arrivato anche il covid: “Abbiamo attraversato crisi profonde, che non avevano vissuto le precedenti generazioni. In centro oggi ci sono tanti locali sfitti, sia residenziali che commerciali. Tutti i palazzi nuovi, bellissimi, ma per lo più vuoti. Nessuno ha più interesse a tornare in centro, né i proprietari delle case che nel frattempo sono andati a vivere altrove grazie alle necessarie agevolazioni dettate dall’emergenza, né possibili affittuari ormai sempre più allontanati dai prezzi improponibili e dai disagi legati a viabilità, carenza di parcheggi, sicurezza. Chi ha una casa in centro oggi preferisce trasformarla in un B&b”.
“Bisognerebbe avere il coraggio di dirsi che l’emergenza è finita se vogliamo davvero ripartire, visto che si continua a parlare di ricostruzione sociale. Grazie al contributo di tutti gli italiani siamo riusciti a trovare riparo in altre case e ora, se vogliamo guardare avanti, è tempo di ripopolare quelle che abbiamo rimesso in piedi. Non possiamo considerare la ricostruzione come un semplice investimento materiale e personale, tocca a noi avviare un percorso di rinascita sociale che riporti la gente a vivere in centro”.
I cantieri però sono ancora tanti: “Le difficoltà ci sono in tutte le città d’Italia, inutile nasconderlo. Da noi, però, ce ne sono anche di più. Far partire cantieri tutti insieme vuol dire bloccare la città, perché in ogni angolo ci sono lavori in corso. Le persone già facevano fatica prima ad arrivare in centro, a trovare un parcheggio. Adesso è comprensibile passi proprio la voglia. Abbiamo più volte valutato di andarcene ma per noi è difficile, qui c’è un pezzo del nostro cuore, la nostra storia. Diciamo che non abbiamo ragionato da ‘imprenditori’, ci auguriamo che presto qualcosa possa cambiare”. (a.c.)





