L’AQUILA – Una giovane coppia intenta a confezionare sul tavolo di casa alcune dosi di cocaina davanti ai loro due bambini. Uno dei due fa l’impertinente mettendo le mani nel sacchetto aperto disturbando il “lavoro” dei genitori e si prende la reprimenda della mamma, che sgrida entrambi i figli, mettendoli in castigo.

Si sono spenti i riflettori pubblici e mediatici sulla maxi retata antidroga scattata nelle passate settimane (QUI IL LINK) su iniziativa della Procura della Repubblica dell’Aquila, guidata dal procuratore, Alberto Sgambati, ma le indagini hanno consegnato agli investigatori, il pool antidroga della squadra mobile coordinata dal dirigente Roberta Cicchetti, e agli inquirenti innumerevoli scene, con prove e testimonianze, che danno la cifra che la situazione è molto grave anche socialmente e non solo per l’ingente detenzione e spaccio di droga nell’Aquilano.

Un territorio definito tranquillo ma che soprattutto dopo il terremoto del 2009 ha visto aumentare a dismisura la incidenza della dipendenza da sostanze stupefacenti e alcol.

Quella che documentiamo è una immagine choc di una indagine che ha fatto scalpore, davanti alla quale anche investigatori e inquirenti con il pelo sullo stomaco sono rimasti increduli.

Insomma, non si può tacere che siamo di fronte ad una autentica emergenza sia sotto l’aspetto della criminalità organizzata, in questo caso albanese, vista la nazionalità di 39 dei 40 indagati, sia sotto quello del numero dei consumatori abituali che sembra essere fuori controllo: nella retata sono emersi un centinaio di consumatori (QUI IL LINK) segnalati alla prefettura, in quella di oltre un anno fa addirittura oltre 800, numeri da allarme sociale.

Abruzzoweb con una serie di puntate di inchiesta vuole riaccendere i riflettori sul grave fenomeno per informare meglio la Comunità rispetto la esatta  misura del fenomeno che presenta un consumo e spaccio di sostanze stupefacenti e anche per richiamare l’attenzione di enti e istituzioni, in particolare il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, nella convinzione che problematiche non certo fisiologiche se riferite all’ampiezza del territorio e alla presenza demografica si contrastano con la unità di intenti e una comune azione, non solo di forze dell’ordine, procure e giudici.

Un pensiero dominante tra coloro che sono in prima linea e che non si risparmiano contro un sistema che rischia di dilagare: non a caso, negli interrogatori condotti dal pm Roberta D’Avolio e dal GIP del tribunale dell’Aquila Marco Billi, lo stesso che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare, gli indagati, alla luce delle prove schiaccianti, non hanno potuto che ammettere le responsabilità optando in molti casi per i riti abbreviati.

La scena che vi abbiamo raccontato all’inizio è un inedito che questo giornale documenta ai lettori e emerge dalle carte della inchiesta che ha portato in carcere 25 persone e 11 con il divieto di soggiorno in Abruzzo, in particolare, emerge da video ed intercettazioni. Inoltre, i protagonisti non hanno potuto fare altro che confessare ed ora dovranno rispondere delle gravi accuse che sono state contestate ma anche della loro condizioni di genitori con la Procura per i minorenni che si sta occupando del caso.

Concludendo, sul caso della giovane famiglia, la mamma è finita in manette, i genitori dopo la reprimenda hanno chiuso il pacchetto di cocaina e lo hanno risposto nel mobile del  soggiorno. Come una normale consuetudine di famiglia. Invece si tratta di fatti allarmanti collegati alla operazione “Coca delivery” con 135 capi di imputazione e un raggio di azione che coinvolge oltre all’Abruzzo, Toscana e Veneto. (b.s.)