L’AQUILA – Tra le righe delle chat affiorano problemi di salute, impegni familiari e figli da accudire. Per lo spaccio a domicilio messaggi inviati a qualsiasi ora del giorno e della notte ma il clou è soprattutto tra mezzogiorno e l’una, quando l’esercito degli operai impegnati nei cantieri della ricostruzione si ferma per la pausa pranzo e, secondo quanto emerge dalle indagini, più di qualcuno cerca una dose per arrivare a sera.

Non solo operai, dalle carte emerge un mondo di consumatori che attraversa professioni e categorie diverse: un’infermiera, un collaboratore scolastico, un dipendente dell’Inps, artigiani, un militare dell’Esercito, una parrucchiera, un pizzaiolo, un fornaio, nelle migliaia di chat finite agli atti dell’inchiesta “Coca Delivery”.

Il bilancio dell’operazione contro lo spaccio di cocaina nell’Aquilano – (100 gli assuntori di diverse estrazioni sociali) che ha disarticolato una organizzazione malavitosa con centro in Albania e ramificazioni in Abruzzo ma anche in Toscana e Veneto – conta venticinque persone in carcere, divieto di soggiornare in Abruzzo per altre undici a fronte di 40 indagati complessivi, tutti albanesi ad eccezione di un italiano. Al vaglio la posizione di un minorenne.

A riportare alcuni messaggi contenuti nelle chat, in questi giorni, il quotidiano Il Centro.

PAUSA. “Un regalo?”. “No zi, non si fa”. “Eppure vengo tutti i giorni…, domani ti sistemo”.

Tra gli episodi ricostruiti dagli investigatori c’è quello di decine di operai impegnati in un cantiere della ricostruzione. La ricostruzione standard è quella che avviene all’ora della pausa pranzo. Il contatto parte da WhatsApp alle 12.03, utilizzando un numero salvato in rubrica sotto un nome di fantasia e accompagnato dal logo della serie “La Casa di Carta”. La richiesta è pressante. “Arriva”. “Ok”. “Ziiiii”. Segue l’immagine dell’auto. Appuntamento concluso.

Lo scambio avviene in un parcheggio. Lo spacciatore arriva a bordo di un’auto blu. Quaranta euro passano dal finestrino dell’utilitaria alla mano del corriere, la dose compie il percorso inverso. Pochi minuti dopo i due operai si dirigono verso un supermercato per comprare un panino prima di tornare al lavoro. Una scena ordinaria che nelle carte dell’inchiesta diventa il simbolo di uno spaccio ormai inserito nella routine.

L’INFERMIERA

“Dove ci vediamo?”. “A casa mia”. “Dai, fai il serio”. “Non ti arrabbiare”. “Sto in ospedale ma devo andare a ritirare”. “Arrivo”. È una delle conversazioni intercettate dagli investigatori. Tra i clienti figura infatti anche un’infermiera del San Salvatore. Sentita dai carabinieri, ha raccontato di fare un uso sporadico di cocaina da circa tre anni e di essersi rivolta negli ultimi mesi a uno dei numeri riconducibili agli spacciatori per acquistare le dosi.

Nelle dichiarazioni raccolte compaiono anche un collaboratore scolastico e un militare dell’Esercito. Quest’ultimo ha riferito di utilizzare un contatto WhatsApp salvato sotto un nome di fantasia accompagnato dall’immagine di alcuni fulmini.

Un sistema che ritorna spesso nelle carte: numeri registrati con soprannomi, loghi facilmente riconoscibili e messaggi brevi per ridurre al minimo i rischi. In altre chat emerge anche la preoccupazione per i controlli: “Ho cambiato strada cinque volte, è pieno di posti di blocco”, scrive uno degli interlocutori.

In un’altra conversazione un cliente chiede uno sconto. La risposta è secca: “Un regalo? No zi, non si fa. E non me lo dire più, non sto qui a fare madre Teresa”.

La vera forza delle organizzazioni non era soltanto la capacità di rifornirsi, ma quella di contare su una domanda costante e quotidiana proveniente da ogni angolo della città e da ogni categoria professionale

“Si zioooooo, sono stata sotto malattia”. “Puoi venire a Bazzano?”. “Posta”. “Tra 15 minuti”. “Però viene mio marito”. “Io sto con i figli”.

Mentre proseguono gli interrogatori di garanzia, decine di conversazioni restituiscono agli investigatori l’immagine di uno spaccio che si intreccia con la vita quotidiana, nascosto dietro appuntamenti apparentemente banali, messaggi lampo e chat destinate a scomparire.

Ma oltre a WhatsApp c’è un altro filone, quello dei social. Piattaforme dedicate utilizzate per promuovere la vendita della droga, attraverso linguaggi in codice, foto di denaro contante e sistemi di autoeliminazione delle conversazioni.

Gli investigatori descrivono un sistema sempre più evoluto, capace di sfruttare le potenzialità delle piattaforme digitali per rendere rapidi e discreti i contatti tra fornitori, corrieri e clienti. Tra gli elementi ritenuti più significativi compare l’analisi di account WhatsApp Business riconducibili, secondo l’accusa, a utenze già monitorate nell’ambito delle indagini dei vertici delle tre organizzazioni. Le verifiche si sono concentrate anche sulla piattaforma social “Potato”, dove sarebbero comparsi messaggi promozionali e offerte lampo legate alla vendita di sostanze stupefacenti denominate “The Continental” fenomeno che gli investigatori indicano come in crescita dopo la diffusione dei canali Telegram.

Nelle carte assume particolare rilievo anche l’account denominato “Lupo Roma”, indicato come interlocutore utilizzato per l’approvvigionamento della droga. In alcune chat sequestrate compaiono inoltre fotografie di ingenti somme di denaro contante e immagini di documenti d’identità inviate durante le trattative con i fornitori.