L’AQUILA – Da Bonifacio Liris, aquilano appassionato della musica di Francesco Guccini, riceviamo e pubblichiamo la recensione dell’album appena uscito del cantautore, L’ultima Thule.
È arrivato! Dopo quasi nove lunghissimi anni!
L’ultima opera di Francesco Guccini, il Maestrone, registrata a Pàvana, il paese delle radici, sull’appennino tosco-emiliano, in una location particolare, il Mulino del Chicòn, il mulino dei nonni, per intessere affreschi che sanno di sudore, farina, di pane, di vino.
E torna con un’alchimia di parole e musica che riesce a disegnare ancora una volta il senso del reale, il reale che non è fatto solo di presente, ma come ogni “presente” è fatto soprattutto di passato. Un reale che non è più solo il circostante, ma che diventa, col passare degli anni, sempre più il groviglio di emozioni che viaggiano dentro.
Intimista quindi? Sì. Che non è una parolaccia, come vorrebbe la spocchia fintamente impegnata di rivoluzionari a ore e da salotto, ma è lo sguardo profondo sull’esistenza, uno sguardo che parte dal sé profondo, con scazzi, lazzi e sollazzi, fino a vivisezionare, con quella lente puramente soggettiva, anche la storia di ognuno e poi di tutti.
Questa è la “medesimezza umana” di gramsciana memoria, che fa sì che uno sguardo profondo sulla propria esistenza riesca a essere lo sguardo sull’esistenza di tutti. E tutti quelli che, come chi scrive, amano profondamente quel corpaccio e quella voce e quelle idee che abitano la sua mente, si sentono stanati nel profondo, nelle pieghe più ascose del loro universo interiore, e forse hanno un’occasione in più di migliorarsi e spurgarsi dall’oscuro che inevitabilmente ci abita.
Si parte da Canzone di notte n. 4, un omaggio a quella parte del giorno che segue il vespero e spinge al bilancio della giornata e della vita, qui dal sapore tutto pavanese, poi L’ultima volta, dove il tempo che passa trasforma in miele il fiele di un passato, coi suoi rimpianti.
Su in collina, un pezzo gelido e graffiante di storia partigiana, amicizia e morte, Quel giorno d’Aprile, un’Italia antropomorfizzata che canta e balla nel giorno della Liberazione e fa da sfondo alla storia di chi la abita e riparte piano piano e “ricuce” la vita.
Il testamento di un pagliaccio, la morte di un clown, che rappresenta tutti quelli che si sono illusi e si illudono ancora di veder cambiata la nostra Italia e rischiano di morire “intossicati” di sogni di democrazia, e poi “Notti”, ancora le notti come protagoniste di una ballata dolcissima.
Gli artisti ci narra il mondo di chi ha la vocazione della creatività e rischia di imporsela per tutta la vita, per finire con L’ultima Thule, la canzone che dà il titolo all’album, che al di là del mito di questa terra estrema, è la metafora della vita e tutte le sue passioni che arriveranno a spegnersi là, nel ghiaccio della fine, del freddo dell’oblio.
Queste le sensazioni di un primo religioso ascolto. E ora un modesto invito a procurarvi il disco e ad abbandonarvi all’ascolto e al viaggio in questa che forse sarà l’ultima opera di Francesco Guccini, una pietra miliare della canzone d’autore italiana e della cultura di questo paese sempre più alla deriva. Bonifacio Liris



