L’AQUILA – “Spero che Totò Riina viva il più a lungo possibile, in modo che la sua pena sia prolungata il più a lungo possibile. Quando sarà il momento, la sua morte, visto che siamo in uno Stato di diritto, dovrà essere comunque dignitosa, ma in carcere. Ovviamente con tutte le cure che lo Stato deve garantire anche agli animali senza cuore come lui”.

In un primo momento, la notizia dell’apertura, da parte della Cassazione, al differimento della pena per il capo dei capi di Cosa Nostra, 86 anni, che soffre di gravi patologie, lo aveva mandato su tutte le furie.

Ma Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, lo stesso Paolo ucciso nella strage di via D’Amelio a Palermo il 19 luglio del 1992 – uno dei tanti ergastoli presi da Riina è da mandante proprio di quella strage – nel quale persero la vita il magistrato e cinque agenti della scorta (a poco meno di due mesi di distanza dall’attentato al collega Giovanni Falcone, anche qui ergastolo per Totò ‘La Belva’, ndr), a una seconda lettura di una notizia che sta infiammando il dibattito pubblico degli ultimi giorni, ha ritrovato la calma.

Pur mista al dolore e all’indignazione che lo accompagnano senza mai abbandonarlo. 

In sintesi,  l’avvocato di Riina (il boss, condannato a diversi ergastoli, è in cella dal 1993 e dal 2013 è detenuto nel carcere di Parma, ma, da quanto appreso in seguito alla pubblicazione di questa intervista, sarebbe ricoverato da tempo all’ospedale di Parma, ndr), ha di recente presentato un’istanza al tribunale di sorveglianza di Bologna per chiedere la sospensione della pena, o almeno gli arresti domiciliari.

Dopo che nel maggio del 2016 lo stesso tribunale aveva detto no al differimento della pena perché, in pratica, le condizioni di salute di uno dei mafiosi più sanguinari e crudeli della storia non erano così gravi da impedire interventi in ambiente carcerario.

Ora il tribunale di Bologna ha rigettato la richiesta, mentre la Suprema Corte si è espressa annullando con rinvio l’ordinanza del tribunale di sorveglianza di Bologna.

In attesa di sapere come finirà questa vicenda, cioè se a Riina sarà concesso di curarsi in un ambiente diverso dal carcere, Salvatore Borsellino mantiene alta l’attenzione sul personaggio e su tutto ciò che rappresenta e che “ancora nasconde”.

“La Suprema Corte – le sue parole ad AbruzzoWeb – non poteva fare diversamente. Dobbiamo attendere, ma nel frattempo è bene ricordare che stiamo parlando di un soggetto che non ha perso la sua ferocia. Riina, nonostante l’età e i guai di salute, è tuttora il capo di Cosa Nostra. Ha un carisma criminale tale che può permettersi di comandare, di gestire da dietro le sbarre, con il ‘permesso’ dei piani alti, dei servizi deviati.

Detto queato, credo sia giusto che lo Stato gli garantisca le cure necessarie, ma spero che tutto ciò accada in carcere. Cioè nel luogo in cui deve scontare la pena. Totò Riina deve continuare a vivere in carcere, fino all’ultimo dei suoi giorni”.

“Tuttavia – prosegue Borsellino – le sue precarie condizioni di salute non gli hanno impedito di vantarsi, né di godere delle stragi che ha compiuto, ma pure di programmarne altre”.

“Gli altri capi della Mafia – il pensiero del fratello del magistrato – da Provenzano, a Liggio, a Greco, sono morti in galera. Provenzano era arrivato praticamente a uno stato quasi terminale, ridotto in quelle condizioni dopo che in qualche modo si era capito che potesse collaborare con la giustizia, quindi parlare, raccontare, fare nomi.  

Ritengo che sia stato massacrato in prigione, prima di morire non riusciva neppure a parlare. Chi parla, chi in qualche modo si sospetta che possa parlare, viene massacrato, invece chi mantiene il silenzio come Riina, può essere premiato. Se parlasse, Riina farebbe saltare tutto. Lui si affida al linguaggio tipicamente mafioso, ogni tanto lancia un messaggio, afferma di voler deporre al processo sulla trattativa Stato-Mafia, poi improvvisamente ritratta perché malato. C’è da capire se agisca così su incarico di pezzi deviati dello Stato, gli stessi che diedero l’accelerata alla strage di via D’Amelio, o per ‘bocca sua’”.

“Del resto, ha uno spessore criminale di primissimo livello, avrà sicuramente preso le dovute precauzioni per continuare a vivere. Non farebbe, per intenderci, la fine di Ciancimino. Questi hanno imparato che il caffè in carcere non lo devono prendere…”.

“Eppure, tutti i mafiosi hanno il terrore di morire in galera. Uno dei punti principali del famoso ‘papello’, riguardava proprio questo capitolo”, fa notare Borsellino.

“Riina fuori dal carcere – batte quindi sullo stesso tasto – sarebbe stato ammazzare due volte le persone morte nel maggio e nel luglio del 1992, ma pure confermare il pagamento di una cambiale contratta venticinque anni fa, quando si cominciò a chiedere l’eliminazione del 41 bis.

Evidentemente, la richiesta era troppo alta perché lo Stato accettasse, lo Stato che in ogni caso ne ha accettate altre con effetti negli ultimi vent’anni e anche sugli equilibri politici che ancora oggi regolano il nostro Paese, legati probabilmente a ricatti incrociati dovuti tra l’altro ai contenuti dell’agenda rossa di mio fratello che qualcuno tiene in cassaforte”.

“Tanto, a fargli pagare le efferatezze commesse – conclude Borsellino – ci penserà, se esiste, la giustizia divina”.