L’AQUILA – Quando anni fa scoprii David Foster Wallace m’infatuai all’istante.
Lui è uno di quei rari scrittori che si amano o si odiano senza vie di mezzo. Credo dipenda dalla sua specialissima voce: un misto di erudizione, comicità, bizzarria, intelligenza e pietà. Non conosco nessun altro romanziere capace, come lui, di far ridere e poi piangere il lettore nell’arco della stessa pagina o addirittura della stessa scena.
Wallace si è suicidato il 12 settembre del 2008, a 46 anni. La morte lo ha trasformato da autore di successo in leggenda, depositando su di lui uno spesso strato di veli deformanti. È perciò un bene che esca ora, tradotta in Italia da Einaudi, la biografia di D. T. Max, ‘Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi’.
Il mio iniziale amore per Wallace durante questo tempo non è venuto meno ma è cambiato, facendosi meno incandescente e più “ragionevole”; ma poiché un amore ragionevole non è più amore, dirò allora che è rimasta intatta la mia ammirazione per lui mentre maturava l’adeguato distacco dalla sua figura.
Wallace per me rimane un grande scrittore ma non per forza il titano che pensavo. Don DeLillo, Cormac McCarthy e Thomas Pynchon mi sembrano più compiuti (non a caso parliamo d’ultrasettantenni); ma anche coetanei come William Vollmann, Jonathan Lethem o Roberto Bolano reggono ampiamente il confronto, quando non lo vincono.
La produzione di Wallace è diseguale per qualità e per genere (molti racconti, molta e varia saggistica), e il suo vero capolavoro rimane il mastodontico Infinite Jest; leggendo la biografia di Max, che coniuga con impeccabile documentazione il piano personale e quello professionale dello statunitense, si comprendono i motivi d’un tale accidentato percorso.
La vita di Wallace venne funestata, dai sedici anni in su, da gravi problemi psicologici; egli ha combattuto, e infine perso, una strenua battaglia contro i fantasmi della depressione, della dipendenza (da alcool, droghe, televisione, farmaci, sesso), degli attacchi di panico; ha subito numerosi ricoveri e altrettante sedute di elettroshock.
La sua attività di prosatore, bisognosa di notevole energia psicofisica, ha risentito di questi buchi neri, di queste improvvise cadute nel vuoto.
Wallace poi connetteva il malessere psichico (anche) alla scrittura, che doveva diventare un mezzo di fratellanza o perlomeno di sensibilizzazione universale, tramutandosi altrimenti in un’attività imperdonabilmente gratuita.
Max segue le complesse evoluzioni della poetica wallaciana, dal romanzo d’esordio ‘La scopa del sistema’ (debitore dei postmoderni Pynchon e Barthelme), passando per la rivolta contro i medesimi e specialmente contro John Barth nel breve ‘Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso’, per infine approdare al superbo ‘Infinite Jest’, in cui le acrobazie linguistiche e immaginative degli esordi sono al servizio d’una nuova, pacata ma ferma e quasi classica humanitas.
Il risultato è un libro al calor bianco, dolce e spietato, divertente e tristissimo, uno dei grandi romanzi contemporanei. Un libro che, pubblicato nell’ormai già lontano 1996, incarna la grammatica cognitiva ed emotiva della nostra tormentata epoca più d’ogni altro.
Max è bravo a mantenere l’equilibrio; ammira Wallace ma non cede all’agiografia; ne elenca con lucidità le straordinarie doti intellettive come le debolezze, l’inaffidabilità sentimentale, l’incapacità di costruire rapporti durevoli, la competitività e l’invidia nei riguardi dei colleghi (soprattutto Easton Ellis, Franzen, McInerney e Vollmann, che pareva sconcertarlo più di tutti).
Interessanti anche gli stralci della corrispondenza con il coetaneo amico-rivale Jonathan Franzen, e quella col maestro nonché punto di riferimento letterario Don DeLillo.
Così, lungo 500 fitte pagine, si viene dipanando il filo d’un’esistenza ricca e malinconica, sempre sull’orlo del baratro.
Ciò che più colpisce è la fragilità di Wallace, la sua insoddisfazione, il suo non rendersi conto dell’importanza di ciò che andava realizzando, ciascuno di noi è forse il peggior giudice di sé.
All’atto del suicidio, senza indulgere in alcun macabro o morboso sensazionalismo, Max dedica il giusto spazio: un rigo e mezzo.
Dopo Infinite Jest Wallace tentò un nuovo ambizioso romanzo, ‘Il Re pallido’, pubblicato postumo e largamente incompleto.
È un attualissimo lavoro sulla noia, ambientato presso un’ottundente agenzia delle entrate, che nella testa di Wallace doveva metterci in guardia dal demone già centrale in Giacomo Leopardi e Charles Baudelaire; Wallace temeva però di sconfinare nell’opposto della noia, ovvero nell’altrettanto deprecabile e sinistro intrattenimento; alla ricerca d’un fragile e forse impossibile equilibrio si smarrì.
In un quaderno, scovato da Max in mezzo all’enorme quantità di materiale che Wallace ha lasciato dietro di sé, l’autore di Ithaca scrisse: “Forse la noia è associata alla sofferenza psicologica perché una cosa tediosa o grigia non riesce a stimolare la gente quanto basta per distrarla da altre e più profonde tipologie di malessere che esistono sempre, anche a livello ambientale o minimo, e che molti di noi non vorrebbero provare, e da cui tentano di sottrarsi investendo quasi tutto il loro tempo e la loro energia nella ricerca di una distrazione.”
* scrittore



