L’AQUILA – Sara Ciambotti ha 26 anni ed è aquilana, prima del terremoto del 2009, viveva a Poggio Picenze (L’Aquila) e quella notte del 6 aprile ha visto tutto il suo mondo andare in briciole.

“Dietro la mia casa, che non ha subìto danni perché di nuova costruzione, è crollato tutto. Mio fratello ha aiutato a scavare per tirare fuori un’amica di famiglia con il suo bambino di 10 anni, mentre il fratello della donna la chiamava invano perché era già morta”, sepolta dalla sua casa, sul divano al piano terra, abbracciata a suo figlio.

Queste sono le prime cose che Sara racconta ad AbruzzoWeb del “suo terremoto personale”, un’esperienza che ha voluto imprimere per sempre sulla carta e nella memoria di tutti con il libro Il terremoto di Sara, edito da Rizzoli e uscito nel novembre del 2009, a pochi mesi dal terremoto.

Ogni cittadino aquilano ha vissuto un proprio terremoto, d’esperienze, intimo, d’emozioni, di paure; ognuno per mesi l’ha raccontato mille e mille volte, per strada, a conoscenti, ad amici, a perfetti estranei, per non dimenticarlo, per non scordare e per superare quella paura, indescrivibile, che aveva provato, in pochi secondi di una notte d’aprile.

“Ho cominciato a scrivere quello che mi stava capitando la mattina del 6 aprile, perché scrivere ha sempre esorcizzato quello che mi succedeva intorno”, ha detto Sara ricordando com’è nato il suo libro, con un velo di tristezza negli occhi.

A due anni e mezzo dal terremoto, la giovane autrice racconta i giorni successivi al terremoto, e prova a dire com’è oggi, il terremoto di Sara: “non riesco a rimettere le mie fondamenta perché la città è diversa”.

Prima del libro Il terremoto di Sara, avevi già pubblicato altri libri?

No è stata la mia opera prima, anche se avevo collaborato con riviste d’arte e spettacolo, ma non avevo mai pubblicato niente.

Ma la scrittura era già importante nella tua vita.

Sì ho sempre scritto, non ricordo nemmeno da quando. Un’editor amica di mio padre, Chiara Bolliti, mi mandava, sin da bambina, molti libri e grazie a lei ho cominciato ad amare la lettura e la scrittura. Le inviavo quello che scrivevo e lei faceva l’editing, senza però pubblicare niente: era una forma di esercizio. Lei è stata per me una mentore!

Raccontaci com’è nata l’idea di un libro sul tuo terremoto personale.

La mattina del 6 aprile mi chiama Chiara e mi dice, “Sara, scrivi, scrivi tutto”, io le rispondo “lo sto già facendo!”. La situazione era talmente irreale, sembrava una città post-apocalittica. Io non volevo dimenticare niente, non volevo che la memoria alterasse il ricordo di quelle cose, cose nuove, sensazioni mai provate. Allora ho cominciato ad annotare tutto.

E poi com’è arrivata la proposta della Rizzoli?

Stavo nella tendopoli d’Acquasanta, l’unico bar aperto nella zona era il “Capitello” e andavamo lì a vedere il telegiornale. Si vedevano solo i crolli e i morti, si parlava solo di quello. Ma di noi, dei vivi? Nessuno parlava di noi, delle condizioni nelle tendopoli, della mancanza di bagni, dell’impossibilità di lavarsi. Allora ho aperto un blog, l’ho chiamato “Una vita in tenda”: un ragazzo della Rizzoli mi ha contattata ed è nata l’idea del libro.

È un libro molto personale…

La Rizzoli voleva fare un reportage. Strutturare le cose che avevo scritto tipo un documentario, ma di racconti del genere in Tv se ne vedevano tantissimi. Non volevo che le mie annotazioni venissero pubblicate così com’erano: le ho volute romanzare! Così è nato Il terremoto di Sara. L’editing è stato curato da Chiara, ovviamente.

Ti faceva paura quello che stavi vivendo in quei giorni?

Ne ero attratta! Io e il mio ragazzo, Michele, il giorno dopo, siamo andati in centro, ho visto tante cose, avevo molto materiale da scrivere. Non avevo paura, c’era in me una sorta di gusto per il macabro. In realtà 2-3 giorni dopo il terremoto, i Vigili del fuoco non badavano alle persone e la curiosità era un po’ di tutti: in via Roma stavano estraendo alcuni corpi, non ricordo di quante persone, e c’era un fitto gruppo di curiosi a guardarli e anch’io e il mio ragazzo eravamo lì.

Quindi hai voluto vedere con i tuoi occhi quello che era accaduto, racconta qualcosa…

Io e Michele siamo entrati in molti edifici crollati, quando ha fatto la scossa la mattina del 7 aprile, eravamo sul ponte di Belvedere, mio padre mi ha chiamata e mi ha chiesto preoccupato dove fossi, non gli ho detto che il ponte era pericolante, che le case vicino crollavano.

E non hai avuto timore?

Sono tutte cose che rifarei. C’era paura, ovviamente, ma era come quando vai a fare un esame, lo temi, ma l’adrenalina e la curiosità fanno in modo che tutto vada bene. Avevo una sorta di fascinazione per quello che stava accadendo.

Il tuo libro parla di questo, ma le tematiche che affronti sono anche altre. Parli molto della tendopoli, dove hai vissuto con il tuo ragazzo, cosa ricordi di quei giorni?

Della tendopoli ricordo la polvere e la cacca. Un capitolo del mio libro è intitolato “Cacca”, perché per me era davvero un disagio, i wc chimici erano sempre sporchi, c’era cattivo odore. Chiara voleva censurarlo, non poteva capirlo perché non l’aveva vissuto, per me era un tema ridondante in tutto il libro. Un po’ l’ho ridimensionato, ma volevo che si vedesse che era stato un problema enorme.

Qualche altro ricordo della vita in tenda…

Il cibo! In passato avevo avuto qualche problema ad accettare il mio corpo e avevo timore d’ingrassare. Quello che ci davano da mangiare non era molto salutare, tutti cibi a cui non ero abituata, salsicce quasi tutti i giorni, fagioli, molta pasta. Un capitolo del libro parla della prima volta che sono tornata a casa e mi sono rispecchiata, avevo preso qualche chilo e quando ho visto il mio riflesso, ho pensato che fossi brutta.

La tua casa, sei tornata a viverci?

La casa era classificata “A”, i miei genitori sono tornati a viverci quasi subito. Io ero rientrata, per la prima volta, la mattina del terremoto per prendere gli occhiali e i documenti. I libri per me sono importantissimi e avevo una bella biblioteca, anche di fumetti che sono una mia passione. Su due mensole sopra il letto c’era la mia collezione di gufi di ogni tipo, anche regalati da miei amici. Quella mattina libri e gufi erano caduti sul pavimento: mi ha assalito una strana sensazione…

Cosa hai provato?

I miei gufi e i miei libri mi sembravano estranei. Come se una forza extraterrestre li avessi buttati giù. Non erano gli stessi, non mi appartenevano. Quando siamo rientrati ad abitare in casa, non ho voluto dormire nella mia stanza, mi sono trasferita in mansarda e dopo poco tempo sono andata a vivere con il mio ragazzo. Non so se il lettore può capire molte delle mie pagine, ma non m’importa. L’unico gufo che mi è rimasto è un tatuaggio sulla gamba.

Nel tuo libro parli prima di tutto di tua nonna, i primi tre capitoli sono su di lei. Quanto è importante nella tua vita?

Lei è la persona più importante. Ho molti ricordi con lei nella casa di Poggio Picenze al centro del paese e nella sua casa all’Aquila, a San Bernardino. La casa del paese lei la chiamava la “ruga”, che significa lombrico. Si chiamava così perché era una casa con l’ingresso sulla strada e l’uscita che dava in un orto, una casa senza nemmeno una finestra, chiusa tra altre due abitazioni, era come il buco di un lombrico.

In che condizioni si trova adesso?

È rimasta in piedi solo la parete verso l’orto. Io e mia madre sapevamo che la casa era crollata, ma non potevamo dirlo a mia nonna. Lei la mattina del 6 o 7 aprile si avvicinò alla sua casa dall’orto, sembrava che il terremoto non l’avesse toccata, ma dietro quella parete non c’era niente, era una finzione. Fece una scossa e lei si allontanò, le dovemmo dire che era crollata.

Non siete riusciti a recuperare nulla?

Solo la cassapanca con il corredo per le nipoti che mia nonna ha voluto recuperare a tutti i costi. Il resto non c’è più!

A due anni dal terremoto, quel è oggi “Il Terremoto di Sara”? È cambiato qualcosa nella tua vita da quell’aprile del 2009?

Non so se l’ho superato. Non riesco a trovare ancora la mia dimensione. Qui all’Aquila è tutto in evoluzione e sempre. Il problema è che non riesco a rimettere le mie fondamenta perché la città è diversa.

Che cos’era prima per te la tua città?

L’Aquila era mia. La mia università, Lettere e Filosofia, era in centro, io stavo lì dalla mattina fino alla sera con le mie amiche. Adesso mi manca la mia quotidianità.

Potresti creartene un’altra…

Non so tra quanto tempo potrò trovare una nuova quotidianità. Penso che ci vorrà ancora molto tempo!

Per concludere, qual è oggi il tuo “terremoto” più grande?

La mia testa! Sono io, perché forse non mi voglio ancora rassegnare. E ti ringrazio perché prima di questa domanda non ci avevo mai veramente riflettuto.