CHIETI – Esce oggi Orfani Bianchi (Chiarelettere), il nuovo romanzo di Antonio Manzini, scrittore, attore e sceneggiatore romano, la cui storia familiare parte da Chieti e dalla campagna circostante.

Uno scrittore moderno, allievo di Andrea Camilleri, dai cui libri gialli di gran successo, è stata ricavata una serie, trasmessa su Rai2, Rocco Schiavone, interpretata dall’attore romano Marco Giallini, nelle vesti di un ‘colorato’ e anomalo vicequestore di Aosta.

La sceneggiatura della trasposizione cinematografica è stata curata dallo stesso Manzini insieme a Maurizio Careddu.

Il romanzo in uscirà oggi rompe però gli schemi: non più un giallo, non più un protagonista maschile ma una controversa figura femminile, una badante moldava, costretta a lasciare suo figlio in un istituto per cercare in Italia la sopravvivenza.

“Avevo voglia di parlare di queste figure tanto presenti adesso nel nostro quotidiano – racconta Manzini ad AbruzzoWeb – andiamo tutti di corsa, non abbiamo più tempo per stare dietro ai nostri nonni, gli stessi nonni che ci hanno cresciuto con amore e dedizione e che finiscono i loro giorni in mano a delle estranee, a cui deleghiamo ogni responsabilità”.

Facile, in effetti, incontrare anziani sorretti da donne e uomini di nazionalità straniera, a cui affidano la propria vita e spesso i propri sentimenti.

Non una figura immaginaria, ma presa direttamente dalla storia del suo trascorso, molto legato ai nonni, oggi scomparsi, che vivevano a Chieti.

Nonni, come spiega lui stesso, a cui era affezionatissimo, “specialmente a nonna Fiora, una vera forza della natura, di cui conservo gelosamente tanti ricordi, come per esempio i celletti, biscotti buonissimi che mi preparava lei è che sapevano di infanzia e di amore. L’Abruzzo, lo ammetto, è con me. E lo dimostra il mio primo romanzo, Sangue marcio, ambientato proprio in questa terra meravigliosa, divisa tra Adriatico e montagne, tra colori e profumi tipici ed indimenticabili”

“Venivo spesso anche all’Aquila fino al 2009 – prosegue – una città ricca di storia che non puoi non amare. Manco da allora, ma non per il tempo, è proprio una cosa psicologica, non riesco ad immaginare un posto così bello ancora così tremendamente mutilato”.

Sul romanzo, per scoprire e cercare ispirazione, Manzini racconta di essersi messo a scrivere “con l’aiuto di Tatiana Nogalic, presidente dell’Associaizone Asso moldava, una donna straordinaria che mi ha aiutato a documentarmi, portandomi a vedere anche sul posto uno di questi istituti dove vengono lasciati questi orfani bianchi. Bambini che hanno dei genitori vivi, ma che purtroppo, stritolati dal sistema, vengono lasciati lì come se fossero degli orfani”.

“Ma sono andato via quasi subito – confessa lo scrittore – sono scappato, non si può non rimanere colpiti. Mi hanno spiegato che in questi luoghi c’è un altissimo tasso di suicidi infantili. I bambini vivono una condizione psicologica terribile, sono a tutti gli effetti abbandonati, senza punti di riferimento, senza il calore di una famiglia in una condizione che li porta anche a gesti estremi”.

Il concetto che l’autore sottolinea nella sua opera, dalla prima all’ultima pagina, è un dilagante impoverimento emotivo del genere umano in un contesto in cui non c’è più spazio per la dignità.

Discorso che non è riferito ai soli italiani, come Manzini stesso tiene a precisare “è il genere umano ad essere impoverito, tanto nel mondo occidentale che altrove. Non esiste più la famiglia così come era stata impostata dai miei nonni, per dire, che vivevano la condizione di una specie di clan, in cui si stava tutti insieme e tutti insieme ci si aiutava. La famiglia è crollata a seguito dell’emancipazione femminile. Prima questi gruppi parentali numerosi si reggevano perché era la donna che stava in casa e mandava avanti il tutto. Adesso non è pensabile chiedere a una figura femminile questo sacrificio. E il nucleo è andato a disgregarsi”.

“Ma il mio non è pessimismo – dice quindi Manzini – è ‘solo’ realismo. Basta vivere in una grande città per rendersene conto; la metropoli, come ad esempio Roma, è intrisa di qualunquismo e indifferenza, i vicini di casa che non si conoscono pur vivendo sullo stesso pianerottolo da 30 anni. Io da questa realtà sono fuggito. Abito da un pò di tempo in campagna, nel Viterbese. E ho riacquistato una qualità della vita che pensavo non esistesse più, stiamo bene lì, io e mia moglie e i tanti amici che vengono a trovarci nel week-end”.

“L’unione tra mondo capitalistico e mondo cattolico ha generato un mostro – prosegue poi parlando ancora del suo romanzo e degli spunti che lo hanno portato a scriverlo – questi concetti di famiglia, di tradizione, di stare insieme per forza, non esistono più. Un manto ipocrita che ci siamo cuciti addosso. Poi, alla fine, si diventa anziani e si finisce in mano a degli estranei. E se crediamo nella famiglia, non abbiamo tempo per curare la nostra”.

L’orfano bianco è quindi un bambino che ha il genitore risucchiato dal sistema che lo distrugge, fanciullo definito dallo stesso scrittore “non figlio”, privato dei diritti e dei doveri tipici dell’infanzia.

“Mi sento di dire – conclude – che vanno rivisti completamente i valori in seno a ciò che noi definiamo famiglia e società lavorativa. Nei miei libri non mi sono mai ispirato a una lettura particolare, dal momento che mi reputo un lettore onnivoro. La mia ispirazione la prendo dal quotidiano e oggi questo quotidiano ci presenta scene terribili, crude, amare. Ma assolutamente reali”. ​Loredana Lombardo