PESCARA – “Quarant’anni fa vigeva un ordine imperativo: ‘mai creare allarme sociale’. Non perché fossimo virtuosi, ma perché lo ritenevamo sconveniente: sarebbero arrivate più forze dell’ordine, più magistrati e la lotta contro di noi sarebbe stata molto più intensa”.
Inizia così la lunga lettera scritta da Felice Maniero all’Adnkronos dal carcere di Pescara.
“Faccia d’angelo”, capo indiscusso della Mala del Brenta, è tornato dietro le sbarre esattamente un anno fa con l’accusa di aver maltrattato la compagna.
Martedì prossimo siederà davanti alla I sezione penale della Corte di Appello di Brescia per il processo, difeso dall’avvocato Rolando Iorio già legale di Angelo Izzo.
“Noi non abbiamo mai permesso estorsioni, pizzi o reati simili in tutto il Veneto – chiarisce l’ex boss oggi 66enne che in passato è stato rinchiuso anche nel carcere aquilano delle Costarelle – Ma soprattutto mai abbiamo ucciso appartenenti alle forze dell’ordine. Un esempio su tutti: quando siamo fuggiti dal carcere di Padova avevamo una trentina di agenti penitenziari legati mani e piedi. Essendo tutti ex carcerati, qualche sassolino dalle scarpe se lo sarebbero tolto volentieri. Io non l’ho permesso e premetto che abbiamo commesso sette omicidi tra bande rivali venete e moltissimi reati gravi nell’arco di trent’anni”.
Nel 2006, proprio a Pescara, fu trovata senza vita, nella sua abitazione dove viveva sotto copertura, la 29enne Elena, figlia maggiore del boss.
Sul caso, accertato come suicidio, c’è però l’ombra di una possibile vendetta nei confronti di Maniero da parte di qualche “nemico”.






