L’AQUILA – Mi toccherà parlare nelle scuole della Stagione all’inferno di Arthur Rimbaud, il che significa che mi sono cacciato in un grosso guaio.
Moltissimi poeti, critici e scrittori hanno riflettuto su quest’opera che non è un’opera, è qualcos’altro; ma nessuno ha capito cosa sia.
Neanch’io ho capito cosa sia eppure è breve, una ventina di pagine. Però contiene una densità, una tensione distruttiva, un’accelerazione tremenda delle facoltà espressive.
Non posso accostare alla Saison nessun testo, tranne i Vangeli, senza che esso al contatto bruci nell’insignificanza.
La Saison non è un prodotto letterario, non ha veri predecessori e nemmeno successori; dal 1873, anno in cui Rimbaud la pubblicò presso un piccolo editore di Bruxelles, se ne sta là, uno strano, inquietante meteorite.
Ma proviamo: è un diario dello spirito? Il racconto d’un’avventura esistenziale?
Un funambolismo creativo? Un ragguaglio di magia? Una titanica beffa? Il manuale d’istruzioni per la nascita d’una nuova civiltà? Il vademecum di un mago? Un testo profetico? Un delirio mistico? Un grottesco indovinello? Una spietata denuncia? L’inimmaginabile speranza di un’altra vita?
Come ha fatto un diciottenne, chiuso nel granaio di famiglia, a scrivere in poche settimane un libro tanto febbrile e misterioso? Azione e contraddizione, affermazione e negazione, tesi e antitesi si susseguono nella Saison fino al punto in cui non è più dato districarle. In maniera realmente sconcertante, Rimbaud ha concepito un’entità che a ogni frase rifiuta sé stessa, a ogni paragrafo si rimette in gioco fino alla pretesa d’annientarsi; ma ancora non basta! Perché quando la fine, la morte, l’inferno sembrano certi, ecco l’inizio, la vita, il paradiso.
E poi daccapo la discesa, gl’inferi, la lotta metafisica nella melma e fra gli astri, nella disperazione e nell’estasi.
Come un brano così intimamente contraddittorio non solo stia in piedi, ma addirittura possegga un’eccellenza estetica ferrea e impenetrabile, rimane un enigma dinanzi al quale fremere di gioia. Non si può dire tutto e il contrario di tutto e rimanere coerenti, non è possibile!
Sembra quasi che Rimbaud si trovasse, mentre scriveva la Saison, in uno stato di piretica lucidità che gli consentiva di risolvere nel giro di pochi foglietti i nodi dell’intera civiltà occidentale.
Lui non cerca affatto di mediare fra realtà (o irrealtà) e parola; lui cattura realtà e irrealtà dentro la parola, e in tal modo la parola diventa l’unica possibile realtà; la parola diventa Parola.Adesso dovrei citare e citare, ma come si fa? Tutta la Saison è necessaria, non una sola sillaba gratuita; anche la punteggiatura – i trattini, gli esclamativi – innerva l’urlo cosmico e asciuga le risorse linguistiche fino al midollo.
Lo afferma proprio l’adolescente: “Quanto a me, non posso spiegarmi meglio del mendicante con i suoi eterni Pater e Ave Maria. Io non so più parlare!”.
La Saison va letta d’un fiato, è l’equivalente d’un tuffo in acque profonde e gelide o torride; è come entrare dentro una luce accecante, divorante; è tutto bianco laggiù eppure c’è un senso, il senso che sta dopo i sensi ordinari, quotidiani. “Infine, oh felicità, oh ragione, scostai dal cielo l’azzurro, che è un nero, e vissi, scintilla d’oro della luce natura” scrive Rimbaud ai limiti del balbettio, della demenza per troppa scienza.
Perfino l’azzurro per lui non è abbastanza limpido, è troppo scuro. Ma basta. La Saison non va insegnata, solo indicata; ciascuno vi troverà quello che cerca, e soprattutto quello che non cerca. Se presterete un orecchio attento Rimbaud vi stanerà; stanerà la parte di voi che dorme, che non vuole o non sa vedere; e vi consentirà di vedere, almeno per qualche istante, assieme a lui: “Nelle città il fango all’improvviso mi appariva rosso e nero, come uno specchio quando il lume va intorno nella stanza vicina, come un tesoro nella foresta!”.
Ps: soltanto Rimbaud ha superato Rimbaud, e dopo la Stagione all’inferno ha scritto un capolavoro più estremo ancora, prima di tacere all’età di vent’anni, lasciandoci in balia del suo silenzio.
Parlo delle Illuminazioni, magia pura, pura musica verbale. Ma questa è un’altra storia, per un’altra volta.
* scrittore



