L’AQUILA – Si tinge di giallo la firma dell’intesa sugli uffici speciali dei super dirigenti della ricostruzione previsti dal nuovo assetto della governance.

Anche il fronte dei sindaci si è spaccato, infatti, dopo la lettera dai toni aspri inviata dal presidente della Provincia dell’Aquila, Antonio Del Corvo, rivolta al ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca.

Del Corvo, come anticipato da AbruzzoWeb, ha parlato di “coordinatori dai poteri illimitati”, e di “scippo di competenze ai danni della Regione e degli enti locali”, con l’annuncio della mancata sigla sugli atti che oggi verranno sottoposti ai rappresentanti locali in un tavolo convocato presso il dicastero di Barca.

Il presidente ha annunciato di non voler firmare e oggi si vedrà se confermerà questa minaccia, ma ora, da quanto si apprende, anche una parte dei primi cittadini del “cratere” nutre forti perplessità sui contenuti dell’intesa ed è sul piede di guerra.

C’è una parte del territorio, infatti, che ha mal digerito i contenuti della cosiddetta legge-Barca, il maxi emendamento al decreto crescita del governo che chiude lo stato di emergenza e rivoluziona la governance, approvato in via definitiva dal Senato.

In particolare i sindaci si oppongono proprio alla fine dell’emergenza, addirittura anticipata di quattro mesi rispetto alla scadenza naturale che era stata fissata al 31 dicembre 2012; contestate anche l’eccessiva attribuzione di competenze in ambito urbanistico e di pianificazione strategica al capo dell’ufficio speciale di coordinamento.

C’è, però, malcontento soprattutto per quello che viene definito un “commissariamento camuffato” attraverso l’istituzione della figura del capo dell’Usc, dal mega-stipendio di 200 mila euro annui, che prevaricherebbe le funzioni e le responsabilità attribuite ai sindaci dal Testo unico degli enti locali e della Costituzione.

A ciò si aggiunge l’incertezza rispetto alla fase di transizione tra la gestione commissariale e quella ordinaria, piena di punti interrogativi: chi firmerà le intese sui piani di ricostruzione se entro 120 giorni gli Usc non saranno costituiti, visto che la legge stabilisce tale deadline al di là della quale non sarà più possibile ricorrere a tali strumenti? Chi darà l’ultimo via libera sulle opere pubbliche già autorizzate con decreto commissariale, vedi municipi e cimiteri? Come si procederà, soprattutto nei centri più danneggiati, con le operazioni di messa in sicurezza e rimozione macerie?

Tutte domande che, a oggi, sembrano senza risposta: si dice che le zone d’ombra saranno chiarite con l’ordinanza del presidente del Consiglio dei ministri di chiusura dell’emergenza, l’ultima di una lunghissima serie, ma il rischio che qualcosa rimanga fuori è concreto: a quel punto gli strumenti normativi a disposizione saranno solo quelli destinati a un lungo excursus tra ministeri e Parlamento.

Difficile dire oggi se le promesse in tal senso saranno sufficienti a rassicurare il fronte dei “falchi” delle fasce tricolori, soprattutto dopo che l’inviato del governo Barca ha depennato le seconde case a unico proprietario nei comuni del “cratere”, includendo nei finanziamenti pubblici solo di quelle nel centro storico dell’Aquila: mossa che per i primi cittadini equivale a un tradimento.

Nel fronte degli amministratori sottotraccia si sta consumando un braccio di ferro che vede le “colombe” delle aree omogenee esprimere ottimismo rispetto al futuro assetto della governance sposando la linea pro-governo tenuta fin qua dal sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, mentre i sindaci più guardinghi non si fidano della piega che sta prendendo la situazione.

Una guerra di trincea logorantem che quasi tutti hanno voluto tenere lontana dai riflettori, per evitare di mostrare le crepe di un gruppo che ha ormai perso la compattezza di un tempo.

Ma ormai il dado è tratto, le posizioni appaiono inconciliabili e i nodi arriveranno al pettine prima di oggi alle 12.30, quando ci dovrebbe essere la fatidica firma sull’atto che darebbe il via al “concorsone di Ferragosto”, con l’assunzione di 300 persone in controtendenza rispetto alla cinghia tirata su tutta la linea del pubblico impiego a causa delle ristrettezze della spending review.