L’AQUILA – Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare, disse Félix Tournachon. E girando per le strade dell’Aquila, a sette anni dal terremoto, meglio se a ora di pranzo, quello che merita di esser essere visto, o almeno guardato, prima ancora delle pareti delle case e delle gru, sono le centinaia di operai impiegati nei cantieri della ricostruzione. Una città nella città, un abitare provvisorio, certo, ma che durerà anni, e in alcuni casi diventerà definitivo.
Agli operai, alle loro mani, alle loro storie ha dedicato una mostra la fotografa Claudia Pajewski, aquilana, già collaboratrice di Repubblica Xl e Drone Magazine. La mostra può essere visitata fino al 19 aprile all’Asilo occupato, in via Duca degli Abruzzi.
“Il mio progetto – spiega ad AbruzzoWeb Pajewski – è nato nella primavera 2014, vedevo lo skyline della città popolarsi di gru, fotografavo interni per conto di una ditta edile, e ho così scoperto una città altra, ciclica e temporanea come le ore del giorno, fatta di migliaia di operai. A cui si dà poca importanza e attenzione, di cui quasi mai nessuno parla”.
Storia antica e ciclica: chi conoscererà mai il nome di tutti coloro che materialmente hanno costruito cattedrali, castelli, e altre grandi opere che hanno segnato la storia dell’umanità? E a proposito di ricostruzioni post-sisma esemplari: quella di Noto in Sicilia, devastata da un sisma nel 1693, è scritto nei libri di storia, fu resa possibile, con sua imperitura gloria, dal vicario dei vicerè Giuseppe Lanza, duca di Camastra, che trasformò un paesone di contadini e pescatori, in un capolavoro mondiale del Barocco. Anch’essa a modo suo una new town. Ma il merito di quel capolavoro in realtà è stato delle mani e dell’abilità di artigiani, capimastri e scalpellini tra i migliori del regno. E che nessuno ricorda. Più o meno accade la stessa cosa qui a L’Aquila.
“A guardare con attenzione ogni pietra rimessa al suo posto, porta con sé un nome – osserva Pajewski – e i nomi da queste parti sanno spesso di sud Italia, di Africa, di Europa dell’est. E tutti hanno consapevolezza dell’importanza del lavoro che stanno facendo, per loro è una motivazione in più, quella di restituire una casa a chi l’ha persa, contribuire con il sudore della fronte a far rinascere una città. Questi corpi, questi volti che ho fotografato, spesso coperti di povere e intonaco, raccontano un’altra storia, una storia bella e pulita”.
Per dare un connotazione numerica a questa città operaia e provvisoria, si può prendere come punto di partenza un primo anche se incompleto monitoraggio del febbraio 2016, fatto dagli uffici comunali: sono 54 le imprese operanti in centro storico che hanno fatto richiesta del tesserino identificativo per i loro addetti, per un totale di 420 badge rilasciati a 324 a lavoratori italiani, il 77 per cento, di cui 100 aquilani, e a 96 a lavoratori stranieri, il 23 per cento del totale.
Nello specifico, dei 324 lavoratori italiani ben 194 sono abruzzesi. Di questi 100 sono aquilani, 45 provengono dalla provincia, mentre i restanti 49 dalle altre tre provincie abruzzesi. Fra quelli provenienti da fuori regione, 60 sono del Lazio, 21 della Puglia, 18 della Campania, 12 delle Marche, 7 del Molise, 5 della Sicilia, 3 della Toscana, 2 della Lombardia, uno della Sardegna e uno dell’Umbria. Per quanto riguarda i 96 lavoratori stranieri, 57 provengono dalla Romania, 15 dalla Macedonia, 12 dall’Albania, 2 dall’Ucraina e uno per ognuna delle seguenti nazioni: India, Repubblica Ceca, Paraguay, Egitto, Senegal, Belgio, Lussemburgo, Spagna, Regno Unito, Venezuela.
“Dietro ogni volto che ho fotografato – prosegue Pajewski – c’è una storia particolare. Per conoscerle basta fermarsi e parlare con loro in pausa pranzo. Spesso si stupiscono, perchè nessuno gli chiede mai nulla. Eppure le loro sono storie vere, intense, che per me rappresentano una grande ricchezza di questa città”.
C’è ad esempio il pugliese Vito, di Bitonto, muratore dall’età di 13 anni, che a Pajewski racconta che “qui siamo migliaia di operai, ma non ci incontriamo mai. Nell’orario di pausa abbiamo solo il tempo di prendere un caffè poi c’è pranzo, e poi di nuovo cantiere. Torniamo a casa, ceniamo, ma la sera siamo stanchi, un po’ di televisione e si va dormire, da noi siamo in quattro, due per stanza, chi tiene la forza di andare in giro? Mangiare, dormire e lavorare. In due anni non ho conosciuto nemmeno un aquilano”.
Dorin invece è emigrato molti anni fa dalla Moldavia, e si è sposato con un’aquilana.
“Fare questo lavoro qui per me è farlo con un motivo – racconta – sai che queste persone un giorno potranno tornare a casa loro, con le loro comodità. A me piacerebbe sapere che ci sono tante persone che fanno sacrifici, lavorano con il caldo il freddo e la pioggia, per farmi ritornare a casa mia”.
C’è poi Laurentiu, rumeno, che spiega che “il comunismo me lo ricordo bene, non pensavi ogni giorno a come guadagnare domani, c’era lavoro, tutti avevano il necessario, finivi la scuola e ti davano un lavoro, ti sposavi e ti davano la casa. Poi ci hanno tolto tutto, le fabbriche hanno chiuso, adesso in Romania è tutto fuori controllo, è pieno di ladri perché tutti vogliono fare soldi subito, quelli facili”.
“Qui non guadagno tanto – prosegue Laurentiu – ma è comunque più di quanto pagano in Romania. Qui a L’Aquila siamo una piccola comunità, ma non usciamo mai la sera, perché siamo stanchi, lavoriamo undici ore al giorno e la notte passa subito”.
Infine Giuseppe di Secondigliano, Napoli.
“Vengo da una famiglia numerosa, sette fratelli e cinque sorelle, quartiere che devo dire è un po’ incasinato. Ho sempre lavorato nella mia vita perchè volevo una famiglia come si deve, ma ho tanti amici con cui giocavo da bambino, che per sfortuna o perchè l’hanno voluto si sono ammazzati tra di loro. Sai, vedi quelli un pò più grandi di te che fanno la bella vita, vuoi somigliargli, prendi le loro abitudini. La fortuna ti viene incontro, ma sono soldi maledetti, non sono guadagnati con il sudore. E così tanti amici sono morti giovani. Nella vita del resto non puoi avere sia la felicità che i soldi”.
“Lavoro qui a L’Aquila da due anni – prosegue Giuseppe – la prima volta la città mi ha fatto impressione, vedevo una città bombardata. Ora la vedo diversa, alcuni palazzi finiti, e il lavoro va avanti. Un giorno voglio portare anche la mia famiglia, a visitarla, mia moglie L’Aquila l’ha vista solo qualche volta in televisione”.






