PESCARA – I laureati dell’Università di Teramo trovano più facilmente lavoro rispetto a quelli dell’Università dell’Aquila, che però  è nella media italiana, mentre le cose vanno male per l’Università D’Annunzio di Chieti e Pescara, in fondo alla classifica. I neolaureati, come avviene anche in buona parte del centro sud, devono andare a lavorare altrove, anche all’estero, perché il territorio offre poche possibilità. Rispetto al 2010 poi crolla il tasso di occupazione dei neolaureati a Chieti-Pescara, scende a L’Aquila, sale invece a Teramo. 

È il dato relativo all’Abruzzo che emerge dall’ulitmo rapporto di AlmaLaurea “La condizione occupazionale dei laureati”, realizzato attraverso le interviste a 620 mila laureati, da uno fino a cinque anni dal conseguimento del titolo presso le 71 università italiane su 74 aderenti al Consorzio.

Dalla ricerca emerge innanziutto che, nonostante la crisi, laurearsi conviene: nel 2016, il tasso di occupazione in Italia della fascia d’età tra i 20-64 anni è del 78 per cento tra i laureati, contro il 65 per cento di chi è in possesso di un diploma. Inoltre un laureato guadagna, in base però a dati del 2012, il 42 per cento in più rispetto ad un diplomato di scuola secondaria superiore.

Peccato che solo la metà degli studenti interpellati dichiara di fare un lavoro che corrisponde alla laurea conseguita, alle competenze apprese con tanto sacrificio e dispendio economico.

In cima alla classifica di Almalaurea troviamo l’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo in Valle d’Aosta, con il 100 per cento dei neolaureati che hanno un impiego entro i 5 anni dalla laurea e una retribuzione media di 1.369 euro netti al mese.

A seguire l’Università Cattaneo di Castellanza in Lombardia, 95,2 per cento di impiego, retribuzione media 1.666 euro netti. 

Terzo ateneo Roma Campus Bio-Medico, con il 94,5 per cento di occupati e retribuzione media 1.400 euro.

In fondo alla classifica invece troviamo l’Università Luigi Vanvitelli di Napoli e la Lusma di Roma, con percentuale di impiego del 66,3 per cento e retribuzione 1.160 euro netti, l’università di Catanzaro, 65,4 per cento e 1.020 euro, infine l’università di Enna Korè, 63,7 per cento e 900 euro di retribuzione media.

Veniamo dunque agli atenei abruzzesi.

Quella che sta messa meglio è l’Università di Teramo, 22a in classifica, terza tra le regioni del sud (dove Alma laurea colloca l’Abruzzo), con 86,7 per cento dei neo-laureati che hanno un impiego, e una retribuzione media di 1.706 euro netti.

A metà classifica, allineata al decimale della media italiana e al 38° posto, c’è l’Università dell’Aquila, con una percentuale di impiego dell’81,9 per cento e una retribuzione media di 1.253 euro.

Quint’ultima è invece l’Università di Chieti e Pescara, con una percentuale di impiego del 67,8 per cento, e una retribuzione media di 1.096 euro. Un terzo insomma dei laureati dopo cinque anni non ha trovato lavoro.

Ancora più importante è leggere però il trend nel corso degli anni.

A Teramo il tasso di occupazione a tre anni dalla laurea era nel  2010 dell’80,3 è salito, come detto, nel 2016, all’86,7. E non solo, lo stipendio medio degli uomini era di 1.724 euro, ora è di 1.889 euro,  quello delle donne era di 1.207 euro ed è ora di 1.256 euro. Un dato molto postivo anche a livello nazionale dove la maggior parte delle Università  ha pagato in termini di collocazione dei loro laureati, la generale crisi economica.

Non vanno bene le cose invece per l’Università dell’Aquila: nel 2010 il  tasso di occupazione era al 90,2 per cento, tra i più alti d’Italia, nel 2016 è sceso sensibilimente, all’81,9 per cento. In compenso lo stipendio medio, sia degli uomini che delle donne, è salito: nel primo caso da 1.348 a 1.472 euro. È sceso invece quello delle donne, da 1.234 a 1.097 euro.

Si registra invece un crollo nell’Università di Chieti-Pescara: il tasso di occupazione in sette anni è sceso dall’87,1 al 67,8, ovvero di quasi venti punti percentuali, una delle peggiori performance in Italia, assieme a quella dell’Università di Catanzaro.

La retribuzione media degli uomini e scesa poi da 1.870 a 1.315, quella delle donne da 1.150 a 1.002 euro.

Discorso a parte va fatto poi sulla possibilità di trovare lavoro nella città e nella provincia dove si colloca l’Università, da parte degli studenti residenti o fuori sede, rispetto a lavoratori non laureati. Un dato significativo, perché riflette la vitalità economica e culturale di un territorio, capace o meno di dare opportunità a lavoratori qualificati e con alto valore aggiunto. Gli ottimi dati delle facoltà del Nord sono da questo punto di vista influenzati dalle migliori condizioni del mercato del lavoro, mentre al Sud si può facilmente fare il discorso inverso.

Almalaurea colloca dunque quelle di Teramo e L’Aquila tra le Università in cui “gli studenti lavorano più spesso di quanto le condizioni del territorio suggerirebbero”. Ovvero, i tassi di occupazione sono quelli che sono, ma i laureati di queste due università hanno oppotunità superiori alla media di trovare sul territorio un posto di lavoro.

Al top ci sono ancora una volta l’Università Cattaneo, il campus biomedico di Roma e l’Università di Brescia.

Va detto che assieme al Politecnico di Bari le Università di Teramo e L’Aquila sono le prime del sud, in un blocco in cui spadroneggiano gli atenei del centro-nord.

L’università di Chieti e Pescara è collocata invece da Almalaurea nel secondo blocco di atenei, quelli in cui “gli studenti lavorano meno di quanto le condizioni del territorio suggerirebbero”.

Se infatti l’Università di Teramo si colloca in una provincia dove il tasso di occupazione del 55,4 per cento, l’Università D’Annunzio è in territorio dove l’occupazione è al 51,4, ma secondo i calcoli di Almalaurea, offre un valore aggiunto minore per consentire ai suoi laureati di trovare in loco lavoro. Non necessariamente per sua colpa, ma perché evidentemente, suggerisce AlmaLaurea, gli sbocchi lavorativi per laureati sono minori.

Non è un caso che per quanto riguarda le prospettive di lavoro, alla storica mobilità per studio/lavoro lungo la direttrice Sud-Nord, si affianca da qualche tempo quella verso i Paesi esteri. La disponibilità a lavorare in un altro Stato europeo è dichiarata dal 49 per cento dei laureati (era il 38 per cento nel 2006. Il 35 per cento è addirittura pronto a trasferirsi in un altro continente.

Molto significativa infine la sezione della ricerca dedicata alle facoltà che offrono maggiori chance di trovare lavoro, in Abruzzo come altrove.

I laureati in discipline scientifiche, in primis Ingegneria e Scienze economiche e aziendali, tendono ad avere migliori risultati lavorativi rispetto a quelli che provengono da facoltà umanistiche, il che non è una novità.

Al top con il 100 per cento di occupati entro tre anni dalla laurea, Scienze e tecnologie della navigazione, con stipendio medio di 1.376 euro netti, e sicurezza informatica, con stipendio medio di 1.521 euro netti.

Bene anche Matematica, Fisica, Chimica e Informatica. Nella lista, che prende in considerazione soltanto i laureati magistrali, non compaiono i medici, il cui corso di laurea è a ciclo unico.

Va male invece per le facoltà di Archeologia, con il 63,4 per cento di occupati, e 950 euro netti medi di retribuzione, e la citata Giurisprudenza, 56,8 per cento e stipendio di 1.146 euro, tra l’altro in forte calo rispetto al 2010. 

Poche opportunità anche per Psicologia, con un tasso di occupazione inferiore al 70 per cento e non riescono ad arrivare a 900 euro al mese.

Fanalino di coda, i laureati in Conservazione dei beni architettonici e ambientali, con appena il 44 per cento di occupati e stipendi di 876 euro. Un paradosso, nel Paese che ha un patrimonio storico e architettonico tra i più importanti e consistenti nel mondo.