L’AQUILA – “Lei sa dirmi quanto costano gli affitti per le attività commerciali in centro storico?”; “Per l’autonoma sistemazione cosa si sa?”.

In tantissimi lo fermano per fargli le più svariate domande, “Manco fossi er sindaco”, dice non nascondendo, oltre al suo accento romano, anche un certo imbarazzo.

Diego Bianchi, conosciuto sul web come Zoro, con i suoi video-blog è ormai diventato uno di casa all’Aquila, tanto che incontrandolo in piazza Duomo in occasione della sua partecipazione al programma di Rai3 Brontolo, in diretta dal centro storico, si fa fatica a prenderlo in disparte per qualche minuto, assalito com’è da giovani che gli lasciano dvd con i loro cortometraggi per avere un suo parere e gente che gli parlano della ricostruzione che non parte.

Ma Zoro sa bene quello che succede all’Aquila, lui che ha raccontato, con i suoi video, le tappe più importanti della vita post sisma della città: il primo anno dopo il sisma, la manifestazione a Roma del luglio 2010 e anche i tre anni dopo quelle tragiche 3.32 del 6 aprile 2009.

E così, come lui è solito presentare i suoi video-inchieste, presentiamo l’intervista in cui, per una volta, è lui a rispondere alle domande: di zona rossa e case sventrate, di ministri tecnici e attenzioni mediatiche, di giovani aquilani stanchi ma non rassegnati, di campagne elettorali dai toni fastidiosamente alti, del coraggio di chi riparte in mezzo al nulla e di quell’affetto per la città dell’Aquila che ha conosciuto solo quando già ferita.

Ancora una volta sei qui. Dì la verità, ti sei affezionato all’Aquila.

È inevitabile. Sono venuto parecchie volte per le più disparate occasioni, non solo per i miei video ma anche per partecipare a manifestazioni, come una partita di beneficenza giocata tempo fa, o per i concerti insieme all’Orchestraccia. Ho conosciuto un sacco di persone con le quali sono ancora in contatto. L’unico rimpianto è di averla conosciuta solo dopo il terremoto, pur essendo io di Roma, che è davvero vicina.

E l’affetto che gli aquilani hanno per te è evidente, dato che ti fermano tutti in continuazione anche solo per ringraziarti…

Quello che accade qui non mi succede in nessun altro luogo. Certo, la gente mi ferma anche altrove perché magari mi riconosce. Ma qui c’è una specie di riconoscenza nelle parole della gente, forse perché apprezzano il fatto che in qualche modo ci sono sempre stato, al di là delle ricorrenze e degli anniversari, quando l’attenzione mediatica inevitabilmente cresce.

Secondo te questo interesse dei media per L’Aquila in occasione del terzo anniversario è utile?

Si fa bene sempre a parlarne, ma il problema è che già dal 7 aprile non ci sarà più nessuno che lo farà. Il fatto che il presidente del Consiglio Mario Monti, in visita all’Aquila, abbia detto che non pensava che dopo tre anni la situazione fosse ancora questa, la dice lunga sul nostro sistema di comunicazione.

L’ho trovata una cosa davvero sbagliata e da aquilano mi sarei risentito molto. Un presidente del Consiglio non se ne può uscire con un’affermazione del genere.

Del ministro Fabrizio Barca, ‘inviato’ di Monti, cosa ne pensi?

Credo sia positivo il fatto che incontri la gente e partecipi alle trasmissioni televisive dove risponde direttamente agli aquilani, come appunto nel corso della recente trasmissione Brontolo. Una cosa del genere non l’ho mai vista e credo che non bisogna sempre pensar male. Certo, staremo a vedere cosa farà.

Recentemente hai girato un video-blog proprio in occasione dei tre anni dalla tragedia. Come hai trovato L’Aquila?

La situazione è davvero sconcertante. La zona rossa del centro storico è come prima se non peggio di prima, visto che il tempo continua comunque a passare e aggravare le cose. Tutto è fermo, gli edifici e le case sono sventrate e guardando gli oggetti che ci sono dentro, le buste della spesa ancora lì, si ha come la sensazione che ci sia stata vita fino a cinque minuti prima.

Sei entrato in contatto con i giovani aquilani, hai anche preso parte alle manifestazioni organizzate dai ragazzi dello spazio autogestito Casematte. Come trovi i ragazzi del capoluogo dopo tre anni? Hanno perso l’energia dei primi tempi o sono ancora motivati?

Li trovo un po’ stanchi, ma non rassegnati. Stanchi perché si impegnano tutto l’anno per far parlare della città. Qualcuno di loro mi ha detto: ‘per noi è 6 aprile tutto l’anno’. E forse l’attenzione mediatica che si concentra solo in occasione delle ricorrenze dà anche fastidio a chi si impegna per i restanti 364 giorni affinché si parli dell’Aquila.

I giovani hanno organizzato manifestazioni clamorose e a volte clamorosamente ignorate. Alla ribalta della cronaca sono salite solo quelle in cui è successo qualcosa di forte, come la protesta a Roma di cui hanno parlato tutte le televisioni solo perché ci sono scappate le manganellate, quando gli aquilani volevano solo manifestare pacificamente contro il pagamento delle tasse.

Siamo nel pieno della campagna elettorale per le amministrative di maggio. Andando in giro, che clima hai avvertito, tra la gente, nei confronti della politica?

Ho parlato con la gente comune, dal commerciante al macellaio, e ho notato una certa disaffezione dalla politica, unita anche allo scetticismo per le cose che si stanno facendo in questo periodo. La gente magari nota che ci sono quei 3-4 cantieri aperti in più rispetto a prima, ma lo vede come uno spot elettorale, collegato al fatto che ci saranno le votazioni.

C’è anche un po’ di delusione per come si sta conducendo questa campagna elettorale. I toni accesi stridono con la situazione della città, che magari avrebbe bisogno di toni più bassi. In molti credo si aspettassero più coesione, in un momento come questo, tra i vari schieramenti.

Da Lampedusa a Pomigliano. Sei stato in molti posti per raccontare la realtà drammatica di quei posti. Magari di ogni luogo conservi un ricordo particolare, un’immagine, un racconto. Dell’Aquila cosa ti porti dietro?

Sono tante le cose che ho visto e che mi hanno colpito molto. Penso alle visite in zona rossa. Facendo riferimento all’ultima visita qui, posso dire di essere rimasto molto impressionato dalla storia della signora che ha aperto il bed&breakfast “Il chiassetto”, in pieno centro storico.

Persone che hanno vissuto 18 mesi in albergo da sfollati e hanno deciso di tornare nella loro città e aprire un’attività ai margini della zona rossa. Una storia di coraggio, perché ricominciare dove non c’è più nulla, dove per entrare devi passare sotto le impalcature e dalla finestra hai la vista sulle macerie, non è assolutamente facile.