L’AQUILA – Ci sono 100 mila euro “ballerini” a bloccare la ricostruzione del Torrione, uno dei monumenti più antichi dell’Aquila e uno di quelli di cui si sa di meno.

Tanta è la differenza tra quanto valutano i lavori di ricostruzione dell’opera il Comune, che ha stilato un progetto approfondito da 120 mila euro, e l’Associazione costruttori (Ance), che un anno e mezzo fa ha promesso di adottare l’opera, ma ritiene siano necessari lavori di minima: una pulita, nuove luci e via, per massimo 20 mila euro.

Stante questa apparentemente incolmabile differenza di valutazione, e visto anche che, dopo i primi annunci, nessuno degli interlocutori si è più mosso, la situazione resta bloccata e intanto l’area intorno alla colonna è diventata una porcilaia, tra macerie, rifiuti ed erba alta.

Tra il terremoto del 6 aprile 2009 e l’incuria di 6 anni e mezzo, la colonna si è ridotta da 15 a poco più di 5 metri di altezza.

Simbolo cittadino, tanto da dare nome al quartiere di periferia storica che lo ospita, è ancora incerto se si tratti di un pilastro di acquedotto di epoca romana, o successiva, se abbia una tomba all’interno e tante altre domande.

“Ho fatto realizzare un progettino di consolidamento e recupero, ma che prevede anche indagini interne per capire bene la storia – spiega ad AbruzzoWeb l’assessore alla Ricostruzione Pietro Di Stefano – I soldi dovrebbero essere di natura privata, se dovessimo inserire questi lavori nella ricostruzione pubblica verrebbe molto dopo le case, gli uffici e gli edifici storici”.

“I gesti di liberalità sono sempre graditi ma hanno senso solo se poi seguono i fatti, mi sono stufato di fare sempre il frate cercataro”, ammonisce.

La stima di Di Stefano fa strabuzzare gli occhi al direttore dell’Ance, Francesco Manni.

“Quell’opera non si può ricostruire né integrare, altrimenti risulterebbe posticcia – premette – Gli unici lavori possibili sono ripulire, consolidare quello che è rimasto, posizionare una recinzione e un nuovo impianto di illuminazione. Lungi da me polemizzare con l’assessore, ma un progetto da 120 mila euro non capisco a che cosa serva”.

Ecco perché Di Stefano pensa a un’altra carta da giocarsi, un cofinanziamento.

“Secondo me la Fondazione Carispaq può farsi carico di contribuire con metà dei quattrini – ipotizza – Se poi i costruttori vengono da me resuscitiamo il progetto, chiediamo l’autorizzazione alla Soprintendenza, che ce la concederà di sicuro, e ci mettiamo al lavoro”.

Era l’aprile 2014 quando l’ex vice sindaco, Giampaolo Arduini, ha sposato l’idea del docente universitario Fabio Redi di salvare le vestigia, e l’Ance si è fatta avanti.

“Tanti entusiasmi ma poi tutti si sono affogati. Comunque per noi si era fatto avanti Eliseo Iannini”, ricorda il presidente provinciale, Gianni Frattale.

E l’imprenditore investito si dice “pronto, ma attendevo notizie che non sono mai arrivate”.