L’AQUILA – “Sette anni fa, nel settembre 2006, in seguito ad uno stupido incidente stradale avvenuto nei pressi dell’Ospedale, se ne andava Claudio Porto. Claudio era anzitutto un bravissimo neurofisiopatologo, un vero professionista, ma era soprattutto una persona speciale. Nel 2006 pensavo a lui come candidato sindaco per L’Aquila”.
Il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente ricorda così il vecchio amico e collega Claudio Porto, scomparso il 28 settembre di sette anni fa, sulla sua bacheca Facebook.
“Colto, semplice, profondamente sensibile, era anche un compagno dei Democratici di sinitra, ed impegnato politicamente, consigliere comunale e provinciale”, scrive Cialente.
“Claudio – continua il primo cittadino aquilano -portava nell’esperienza amministrativa una dote rara per un politico: la capacità di inquadrare immediatamente un qualsiasi atto , in un ragionamento complessivo, più alto, strategico. Dote rarissima, legata anzitutto all’intelligenza, alla cultura, ma soprattutto propria di chi fa politica senza interessi personali ma solo per una grande passione, perché ci crede, per quello che Paolo VI definì il più grande atto di carità. La politica, che è sacrificio personale, per aiutare gli altri. Vi assicuro che ascoltare i suoi interventi, sia nelle aule istituzionali che nelle riunioni di partito era bello, e soprattutto ti arricchiva. Sentire Claudio era importante”.
“Nel 2006 – racconta – era partito un ragionamento su chi potesse essere il candidato a sindaco per le elezioni comunali del 2007. Io pensavo a Claudio. Ero convito che sarebbe stato un grande sindaco, capace di amministrare si, ma con un progetto. Ero soprattutto certo che sarebbe stato eletto con un grandissimo consenso. Perché era amato e rispettato, e soprattutto godeva della fiducia di tutti. Ne avevo parlato anche con Giovanni Lolli, anche lui era convinto che Claudio avrebbe ridato una spinta vera, anche e soprattutto dal punto di vista culturale, al centro sinistra aquilano.
Poi quel maledetto incidente, che ci ha portato via una persona speciale”.
“Sì, Claudio era speciale. Aveva quel dono che qualcuno chiama empatia, altri chiamano capacità di pietas, altri sensibilità. Racconto qu una cosa che non ho mai detto, neanche a mia moglie, l’ultima volta che ebbi modo di stare con Claudio e di avere la riprova di chi egli fosse”, prosegue il sindaco aquilano nel suo intervento scritto.
“Il giorno del giuramento alle Camere di Giorgio Napolitano, credo fosse il 13 maggio, ero in Parlamento – il racconto del sindaco – Erano circa le 17, ed ero al telefono con mia madre che mi descriveva il corteo che seguiva in televisione. Credo che fosse anche un po’ orgogliosa di avere il figlio alla Camera, ad aspettare Napolitano. Credo, perché non me lo aveva mai detto, e credo che mai me lo avrebbe detto. Ricordo che scherzammo anche, e riuscii a farla ridere, cosa che per lei era quasi impossibile da anni, dal giorno della morte di mio fratello Valerio. Mentre ero imbottigliato sulla strada del ritorno sul tronchetto autostradale, mi arrivò la telefonata di mio fratello che mi diceva, con voce tremante, che mamma stava male, aveva perso conoscenza. Ambulanza, ospedale. Non ricordo la strada del ritorno. Chiamai i colleghi del pronto soccorso, era un ictus. Arrivai in ospedale, vidi la tac cerebrale. Mamma era finita”.
“La sera stessa – prosegue Cialente – lo dovetti dire a mio padre e mio fratello. Poi cominciò, e durò ben tredici giorni, il martirio del ricovero in rianimazione, intubata, ormai in coma irreversibile, in attesa che il cuore si fermasse. Giorni terribili. I colleghi della rianimazione erano eccezionali, sia come medici che come amici. Noi andavamo, per non disturbare , solo nell’ora di ricevimento dei parenti, a vedere quel corpo e soprattutto quel viso che ormai non era più mamma. I giorni passavano, e mio padre e mio fratello mi chiedevano se in un piccolo angolo del suo cervello mamma capisse ancora qualcosa, se potesse soffrire, se potesse sentire. Da medico li tranquillizzavo. Sapevo che non era possibile. Mamma non aveva più il suo cervello, devastato dalla rottura dell’aneurisma. Poi in me cominciò a sparire il medico e piano piano cominciò a prendere il sopravvento del figlio. Anche in me cominciò a nascere questa domanda: mamma sente, soffre? Il medico diceva di no, ma il figlio ci pensava”.
“Mi vergognavo solo di chiederlo ai colleghi, ma cominciavo a starci male – confessa – e mi riconoscevo in tutti quei parenti che nella mia professione ho incontrato, pieni di dolore, sconforto, spaesati, travolti da una tragedia che non riesci ad affrontare. Solo una persona poteva capirmi, lo sapevo, un medico ed un amico capace di capirmi. Andai da Claudio, sapevo di potergli esporre questa mia sofferenza illogica dal punto di vista medico.
Claudio mi guardò un attimo negli occhi, non scorderò mai quel momento. Mi disse tutto con quello sguardo. Poi mi disse: ‘la vengo a visitare’. Andammo insieme in rianimazione. La visitò davanti a me completando l’esame obiettivo neurologico che è lungo e complesso. Sapevamo entrambi che non aveva senso, ma lui lo fece per togliermi il dubbio irrazionale del figlio e stare vicino al dolore di un medico che ha perso la madre. Alla fine mi disse solo 0stai tranquillo’. Nessun altro lo avrebbe fatto, né io lo avrei chiesto a nessun altro. Ma a Claudio sì, perché Claudio, con uno sguardo capiva cosa ti attraversava il cuore, e chiunque tu fossi, ti aiutava”.
“Grazie a Claudio ebbi la forza di soffrire meno, attendendo che mamma potesse andarsene. Questo era Claudio. Averlo conosciuto, averlo avuto come amico, collega e compagno, marito padre , fratello, è stato un privilegio. Un privilegio che oggi paghiamo con il dolore per averlo più con noi”, conclude Cialente.






