L’AQUILA – Potrebbero essere i vescovi Antonio Ludovico Antinori, Domenico Taglialatela e Ludovico Sabatini d’Anfora gli “ospiti” nel sepolcro rinvenuto all’interno della Cattedrale dei Santi Massimo e Giorgio all’Aquila ancora in attesa di ricostruzione post-sisma.
L’ipotesi è avanzata su AbruzzoWeb.it dal professor Luca Ventura, anatomopatologo all’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila e coordinatore nazionale del Gruppo italiano di Paleopatologia.
Lo stesso Ventura nei giorni scorsi, alla notizia del ritrovamento delle sepolture privilegiate nella cattedrale del capoluogo d’Abruzzo, aveva ipotizzato su questo giornale che uno dei tre occupanti potesse essere Antonio Ludovico Antinori, vescovo di Lanciano, Matera ed Acerenza, il più importante storico aquilano.
Del resto, ricorda Ventura, “i tre corpi sono stati subito accostati alle figure di vescovi per le caratteristiche del corredo funebre e la presenza di astucci in piombo; ma, prima di qualsiasi intervento, è bene sapere chi potremmo trovarci di fronte”.
La possibilità che si tratti di proprio di Antinori, spiega quindi il professore, “oggi ha ulteriori elementi a sostegno”.
di Luca Ventura
Nei giorni scorsi veniva segnalata la notizia del ritrovamento di sepolture privilegiate all’interno della Cattedrale.
Occorre ricordare che il vano di sepoltura, situato dinanzi all’altare maggiore, contiene tre corpi, che sono stati subito accostati a vescovi per le caratteristiche del corredo funebre e la presenza di astucci in piombo; ma, prima di qualsiasi intervento, è bene sapere chi potremmo trovarci di fronte.
Già si è scritto di Alfonso Dragonetti, che nel suo “Le vite degli Illustri Aquilani” (1847) ricorda come Antinori morì per “apoplesia” il 1 marzo del 1778 e fu deposto in Cattedrale nel sepolcro dei Vescovi.
I Dragonetti avevano già ricevuto all’epoca l’intero corpus di scritti antinoriani dal pronipote omonimo, il quale scrisse anche una biografia dell’illustre prozio.
Maggiori dettagli in merito possono essere rintracciati nell’Antinoriana, la preziosa raccolta edita da Colacchi per la Deputazione Abruzzese di Storia Patria in occasione del Bicentenario della morte di Antonio Ludovico Antinori (1978).
In essa, Padre Gabriele Giamberardini, citando le pagine di Antinori Junior, ricorda come “la morte lo colse nella casa paterna all’Aquila.
Il suo cadavere fu aperto dal chirurgo Giuseppe Antonio Serpetti, il quale aveva sezionato ancora il cadavere del chiarissimo Venanzio Lupacchini.
“Il cadavere dell’Arcivescovo, trattato per imbalsamazione, rimase esposto in una stanza della casa per tre giorni, nel qual tempo vi furono deposti sopra due pallii arcivescovili dimostranti le due Chiese da lui rette (Lanciano, Acerenza e Matera, ndr) e Gennaro Antinori (suo fratello, ndr) si mosse a farne fare il ritratto per mano di Francesco Speranza”.
Ad esaminare e trattare il corpo fu dunque quello stesso dottor Serpetti dell’Aquila, che tre anni prima aveva eseguito l’autopsia di Venanzio Lupacchini, insigne medico lucolano, che ebbe grande amicizia con Antinori, come illustrato dal professor Francesco Di Gregorio.
Padre Giacinto Marinangeli stila invece una precisa cronologia degli eventi che seguirono il decesso: “il 2 marzo fu eseguito l’esame necroscopico; il 4 marzo vi furono solenni esequie in Cattedrale”.
E aggiunge un particolare non trascurabile: “Fu sepolto nella tomba dei vescovi, accanto a Taglialatela e Sabatini d’Anfora.
Appartengono a loro, dunque, gli altri due corpi?
Scorrendo la cronotassi vescovile della Diocesi Aquilana si trova conferma a tale affermazione.
La Sede restò vacante fino al 1718 (e, purtroppo, lo era già in occasione del terribile sisma del 1703).
Dei quattro vescovi nominati prima che Antinori morisse, Giuseppe Coppola (1742-1749) venne successivamente destinato a Castellammare di Stabia e morì nella diocesi stabiese nel 1867, mentre Benedetto Cervone (1777-1788) morì a Napoli dieci anni dopo il nostro Monsignore.
Restano, quindi, soltanto due nomi: Domenico Taglialatela (m. 1742) e Ludovico Sabatini (m. 1776).
Potrebbero dunque essere proprio loro i due “compagni di sepoltura” dell’Antinori.
Da quanto esposto emerge un chiaro spaccato delle pratiche funebri riservate ai notabili del tempo.
L’esame autoptico era pratica assai comune e procedimento funzionale al trattamento conservativo del cadavere; per garantire infatti la prolungata esposizione pubblica della salma era necessario ricorrere a procedure di imbalsamazione.
Il ricorso a tali pratiche per i corpi di pontefici, sovrani e dignitari risale fino al XII secolo, mentre le tecniche impiegate divengono con il passar del tempo sempre più precise e complesse.
Menzione a parte meritano gli studi patografici effettuati da alcuni Colleghi sulle fonti scritte, al fine di risalire alle malattie di cui Antinori soffrì in vita.
Il dottor Concezio Alicandri-Ciufelli, membro della Deputazione abruzzese di Storia Patria, fornì negli anni Ottanta un contributo assai dettagliato.
Nel diagnosticare retrospettivamente la tubercolosi, il medico sulmonese citò addirittura il verbale d’autopsia del Serpetti: “Aperto il cadavere, tutti i visceri risultarono sani; solo il cervello fu trovato inondato da stravasazione di linfa”.
Di recente la dottoressa Patricia Giosué ha invece attribuito ad una malattia tiroidea (tireotossicosi o morbo di Basedow) i segni e sintomi di Monsignore.
Ma – si sa – la patografia è terreno insidioso e, francamente, nessuna delle due conclusioni appare condivisibile.
Per quanto malattia frequente all’epoca, una tubercolosi di durata più che trentennale che non dia segni evidenti all’autopsia è assai poco verosimile; ancor meno credibile è che la cecità improvvisa sia dovuta a tireotossicosi.
Uno studio retrospettivo completo sulle fonti è in corso da parte del sottoscritto e si fa strada un’ipotesi assai più verosimile.
Va da sé – quindi – che la possibilità di esaminare direttamente i resti appartenuti all’Antinori potrebbe aggiungere prove inconfutabili.
Considerato quanto precedentemente esposto, si può avere un’idea della reale portata della scoperta effettuata in Duomo.
Non una delle tante sepolture emerse in città a decine negli anni seguenti il sisma del 2009, ma un rinvenimento epocale: la tomba di uno dei personaggi più importanti nella storia della Città.
I suoi resti e quelli degli altri due individui potrebbero fornire informazioni utili non solo alla loro identificazione, ma anche alla definizione delle loro malattie e delle pratiche funebri in uso nel Settecento all’Aquila e nel Meridione d’Italia.






