L’AQUILA – A distanza di oltre cinque mesi dall’inchiesta di AbruzzoWeb sulla situazione del dipartimento Materno-infantile dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila, ancora nessuno dei tanti problemi segnalati sembrano aver trovato una soluzione e, anzi, se ne stanno aggiungendo degli altri.

La mancata riattivazione della Terapia intensiva neonatale (Tin), i “parti vietati” per le donne incinta tra le 23 e le 32 settimane, la carenza di personale e il taglio dei posti letto di Ginecologia e ostetricia, scesi da 26 a 20, stanno mettendo in seria difficoltà quello che, nonostante tutto, rimane uno dei centri di eccellenza riconosciuti della sanità regionale.

Oltre queste questioni ancora aperte, sta emergendo quella del pronto soccorso pediatrico, un’iniziativa finanziata generosamente da Sky con circa 2,2 milioni di euro, frutto di una raccolta fondi lanciata tra gli abbonati alla piattaforma satellitare subito dopo il terremoto del 2009, che rischia di diventare una “scatola vuota”, anche se la domanda di prestazioni ha conosciuto una crescita esponenziale.

In molte parti d’Italia, al di là di una sede dedicata, come nel caso del nosocomio del capoluogo, il pronto soccorso pediatrico è supportato da un’équipe medica in grado di garantire alcuni servizi specialistici, così come stabiliscono le linee guida sull’assistenza pediatrica.

L’emergenza pediatrica ha bisogno, solo per fare degli esempi, di chirurghi, radiologi, rianimatori o anestesisti qualificati nella cura dei bambini: fare una lastra a un neonato o sottoporlo a un intervento urgente, infatti, non è compito che segue le stesse regole previste per gli adulti.

Così capita che all’Aquila, dove alla carenza di queste figure si deve ovviare con la buona volontà di alcuni medici, anche fare un esame semplice come una scintigrafia renale sia impossibile e il paziente, con genitori al seguito vista l’età, debba essere dirottato su un altro ospedale, nella fattispecie a Pescara.

È bene precisare che non è messa in dubbio la preparazione e la professionalità dei medici aquilani né deve passare l’idea che chi entra nell’ospedale del capoluogo o porti lì i suoi figli possa ricevere un servizio insufficiente o, peggio, pericoloso. Quello che si vuol far rilevare, piuttosto, è che sembra manchino delle strategie precise nella gestione di una situazione complessa come quella di alcuni reparti del San Salvatore, già messi a dura prova dal sisma e dal piano di contenimento dei costi della sanità.

La genesi del pronto soccorso “baby” è una di queste: un’iniziativa non concordata con i pediatri del San Salvatore, che si sono visti calare dall’alto le decisioni, senza che abbiano potuto “fare squadra” con chi, dentro la Asl o al dipartimento di riferimento, ha stabilito in solitudine la destinazione delle somme e il loro utilizzo. (red)