L’AQUILA – In questi giorni, 313 anni fa, L’Aquila faceva i conti con le devastazioni portate dal terremoto, anzi, dal Grande Terremoto, che colpì con forza il 2 febbraio del 1703, giorno della Candelora, provocando oltre 6 mila vittime.

La scossa più feroce, quella appunto del 2 febbraio, fu di magnitudo momento 6,7, X grado della scala Mercalli.

In pratica, L’Aquila fu letteralmente spianata, con quella “vetta” raggiunta dopo circa un anno di sciame sismico e con in mezzo il terremoto, più forte di quello che schiantò la città a distanza di qualche giorno, del 14 gennaio, che fece molto male nella zona tra Amatrice e Montereale, centro quest’ultimo che pagò dazio con 800 morti su circa mille abitanti. 

Pure L’Aquila fu inevitabilmente toccata per l’occasione, ma senza vittime. 

Quelle arrivarono, a migliaia, il 2 febbraio. 

Oggi, similitudini e differenze tra il sisma del 2009 e quel sisma stimolano ancora il dibattito, perché quella ricostruzione fu complessa per l’epoca in cui fu affrontata, mentre la città rischiava di spopolarsi del tutto.

Ci si trovò di fronte a una tragedia da vivere con i mezzi che c’erano sul tavolo e che di certo non erano paragonabili a quelli odierni. 

E ci volle tempo, molto tempo, per sistemare le cose e tornare a un briciolo di normalità. 

La normalità che all’Aquila del 2016 è ancora molto lontana, o più banalmente è stata sostituita da una normalità a tratti schizofrenica, surreale, con quel contrasto a far da scenario tra le bellezze ancora malate e quelle rimesse a posto, magari pure rinnovate o mai viste per secoli, in attesa di poter ripopolare il centro storico sul serio e senza più scherzi di cattivo gusto, come quelli sugli affitti elevati e sulle utenze da riallacciare. 

C’è da riflettere parecchio su ciò che non si riesce a fare nel 2016 in un singolo territorio, specie se si pensa ad esempio all’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale, un cumulo di macerie e di decine e decine di milioni di cadaveri sparsi ovunque. 

Si pensi a Dresda, bombardata ed annientata da britannici e statunitensi in una apoteosi terroristica: ebbe sì una ricostruzione lenta e complessa, ma da una condizione di partenza apocalittica, dato che fu rasa al suolo per il 90 per cento, parliamo di 71 anni fa, con circa 25 mila morti e non 309, anche se il peso dei nostri morti, i morti dell’Aquila, dentro di noi, è altrettanto devastante.

Lasciando da parte la Germania post-bellica e senza scomodare un nome a caso, Giappone, altamente tecnologico pure quando affronta maledizioni naturali e ancestrali, bisogna ammettere che il caso aquilano rappresenta il bene e il male di un’Italia che fa un passo avanti e parecchi indietro, impantanata in un’Europa di burocrati bifolchi e servitori sciatti che attaccano l’asino dove vuole il padrone, soprattutto se il padrone parla il tedesco e l’asino l’italiano.

Nel 2016, tagliamo corto, la crisi occupazionale nel “cantiere più grande d’Europa” farebbe ridere i polli, se non ci fossero di mezzo tremende ferite sociali.

Nel 2016, serve il lavoro. Per tutti. 

Per evitare di veder svanire il sogno, sacrosanto, di ripopolare la città e il resto del territorio come una volta, di riaccendere le luci non solo nelle grandi occasioni, bensì tutti i giorni, con un pensiero costante ma in fin dei conti sereno a chi ha lottato per non morire nel 1703 e negli altri brutti momenti con quel mostro sotto il culo che si è rifatto vivo, in forme più lievi, proprio in questi ultimi giorni. 

Se non si riparte dal lavoro, dal lavoro su larga scala, possiamo prendere le meraviglie dei nostri tempi e gettarle via, chinando il capo di fronte a chi secoli ma pure qualche decennio fa si è rimesso in piedi senza avere tutta la tecnologia e i mezzi finanziari di questa assurda modernità.