L’AQUILA – Tra le strette viuzze dell’Aquila, all’insaputa della maggior parte delle persone, la nostra città custodiva un piccolo tesoro. Due grandi stanze, l’una sovrapposta all’altra, dove giovani di tutte le età fremevano di idee avanguardistiche.
Era un piccolo museo di arte contemporanea intorno al quale orbitavano decine di artisti famosi in Italia e nel mondo: il Muspac (Museo sperimentale di arte contemporanea). Il direttore del Muspac è Enrico Sconci, docente dell’Accademia delle Belle Arti, che nel 1993 animato da un entusiasmo infinito ha deciso di intraprendere questo ambizioso progetto.
“La prima sede del Muspac era nel complesso di Santa Maria dei Raccomandati – racconta Enrico Sconci ad AbruzzoWeb – poi ci siamo spostati a Santa Maria Paganica. Adesso siamo qui a Piazza d’Arti, nella zona ovest della città, con tante altre associazioni per collaborare tutti insieme alla ricostruzione dell’assetto sociale e culturale della nostra città”.
In una stanza assolata sul soppalco del museo, il direttore ha raccontato la storia della sua carriera museale, dall’ispirazione tratta dalla manifestazione “Alternative Attuali” tenutasi tra gli anni ’60 e ’80 al Castello cinquecentesco dell’Aquila, a Joseph Beuys, che gli ha suggerito la direzione da seguire.
Il sisma del 6 aprile 2009 ha segnato uno spartiacque anche per Sconci e il suo lavoro, e questo non può che riflettersi sul filone che stanno seguendo le sue mostre.
Quando è nato il Muspac? Cosa avevate intenzione di realizzare?
Il Muspac è nato nel 1984 come organo strumentale dell’associazione Quarto di Santa Giusta. Ed è nato come centro multimediale. Abbiamo fatto questa scelta perché per noi “multimediale” non significa “inerente al computer”, bensì che sfrutta molti media. L’arte, infatti, si deve declinare attraverso tutti i media che l’uomo ha a disposizione. Quando abbiamo fondato l’associazione mi ero appena laureato e insegnavo all’Accademia delle Belle Arti, ed è stato proprio con i miei studenti che ho preso la decisione di fondare questa associazione. Il nostro obbiettivo era quello di colmare il vuoto delle arti visive e creare uno spazio dedicato a esse. Così nel 1993 è nato il Muspac: Museo sperimentale di arte contemporanea.
Come avete deciso che direzione dare al vostro progetto?
L’Aquila aveva già visto un fermento attivo di arte contemporanea, grazie a una serie di eventi racchiusi sotto il nome di “Alternative Attuali”. Si tenevano al Castello tra gli anni ’60 e ’80, e c’erano mostre, discussioni, tavole rotonde su tutto ciò che fosse arte. Per il mio museo mi sono ispirato a questo, ma anche all’artista tedesco Joseph Beuys. Lui affermava l’allargamento dell’arte alle altre discipline, e così ho voluto fare anche io.
Come hanno reagito gli aquilani difronte a questa novità?
Gli aquilani hanno reagito benissimo. A tutti gli eventi organizzati c’era il pienone di gente. Abbiamo iniziato trattando l’antropologia, cercando di far calare le persone che venivano a seguirci in quello che era il nostro obbiettivo: l’arte non più com’è comunemente definita, ma affermando che “tutto è arte”. La nostra sede era in una piccola stanzetta a Santa Giusta, e venivano talmente tante persone che spesso dovevano rimanere fuori.
In quel periodo una splendida giornalista, Anna Rita Scenna scrisse sul Messaggero un articolo intitolato Nella cruna dell’ago, perché nella nostra associazione c’erano due porticine piccole piccole e per passarci attraverso ci si doveva abbassare. Era il nostro spazio di riflessione.
Ricordo che tutti i giorni passavano delle suorine e, non capendo cosa facevamo, cercavano sempre di sbirciare al di là del portone.
Quale è stato l’evento che ha dato il via al fortunato successo del Muspac?
Abbiamo organizzato una manifestazione di tre giorni dedicata alle ricerche demo-etnoantropologiche, invitando gli antropologi Tito Spini e Giovanna Antognini. Fu un enorme successo e vide la partecipazioone dei più grandi ricercatori italiani.
Quali furono, invece, le ritrosie degli aquilani?
Gli aquilani sono lenti. Fino a quando si parlava di antropologia andava tutto bene. Il problema si poneva trattando l’arte vera e propria. C’è sempre stato questo attaccamento verso l’arte tradizionale: pittura, scultura e architettura e stentavano a capire le nuove idee, cioè che tutto è arte. Io andavo avanti con i miei studenti e i miei progetti, ma i toni polemici degli artisti aquilani non mi hanno mai abbandonato. Ho fatto tantissima fatica per farmi capire dalla gente e dai politici, che non sempre mi sono stati vicini.
Grazie a lei, sono passati per L’Aquila moltissimi nomi noti dell’arte comtemporanea mondiale. Ce ne dica alcuni.
È venuto all’Aquila Silvano Bussotti, che per me è stato come portare in città John Cage, in un ambiente dove la musica contemplata era solo quella classica. È venuto anche Raffaele Colapietra a tenere delle conferenze sul territorio dell’Aquila. E poi Tito Spini, antropologo, il più grande artista contemporaneo vivente, Kounellis, Fabio Mauri, che ha fatto una performance che ha lasciato tutti basiti, cantando e suonando sui tavoli dove la gente mangiava crauti, ricostruendo un ambiente tipico dei locali notturni berlinesi, e al contempo si discuteva su cosa era stata la Germania della guerra.
Quali sono state le difficoltà riscontrate durante tutta l’esistenza del Muspac?
All’Aquila sono nate moltissime associazioni artistiche per approfondire il tema dell’arte in tutte le sue sfaccettaure. In tutta Italia ci sono musei di arte contemporanea, solo all’Aquila non c’era, noi siamo stati i primi e gli unici e non è una cosa bella. La nostra città è rimasta chiusa all’interno delle sue mura e sembra che abbia paura di uscire.
Il terremoto. Quali e quanti problemi vi ha causato?
La nostra sede in via Santa Maria Paganica è stata distrutta e molte opere sono state rubate. Sono stati fatti, purtroppo, i puntellamenti lasciando dei varchi aperti e tutto quello che c’era si è rovinato col tempo o, appunto, è andato rubato.
E le istituzioni?
I politici non hanno avuto interesse a tutelarci. Il Comune dell’Aquila ci ha donato il terreno, la protezione civile ci ha fornito le piattaforme e la Regione, nella persona di Gianni Chiodi, ha promesso dei fondi, stanziati appositamente per l’arte contemporanea. Per riceverli, però, stiamo aspettando da un anno e ancora non si vedono. Da quando abbiamo aperto ci stiamo solo indebitando. Adesso stiamo aspettando per fare domanda per i fondi Fas (Fondi per le aree sottoutilizzate).
Qual’è il messaggio che vuole lanciare agli aquilani e alla politica?
Non dobbiamo rimanere chiusi dentro le mura, soprattutto adesso che dobbiamo rinascere. La politica deve dare risposte localistiche a problemi che vengono da lontano e solo l’arte può portare fuori da questo labirinto.
La mostra inaugurata il giorno della riapertura del Muspac si intitola Le scosse dell’arte, dopo la prima scossa (quella del terremoto) ci dobbiamo dare un’altra scossa, una scossa culturale, per riprogrammare il nostro futuro.
A proposito di programmi, cosa sta organizzando il Muspac?
Abbiamo intenzione di riprendere l’evento “Museo della Città”, una mostra che racconta le memorie della città attraverso la storia, che è una base imprescondibile per la rinascita. L’arte genera arte, e la nostra città è un laboratorio a cielo aperto di idee, partendo dalla cultura. Vogliamo e dobbiamo rendere il passato attuale per proiettarlo nel futuro.






