L’AQUILA – Continua a far parlare il caso dell’imprenditore edile impegnato nella ricostruzione, al quale sarebbe stata chiesta una mazzetta da 200 mila euro per ottenere un appalto.

Una denuncia, anonima, riportata dal “Fatto Quotidiano” che ha suscitato clamore e sconcerto, tanto da spingere il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, a richiedere l’intervento della magistratura. La vicenda, secondo quanto riportato dal giornale, coinvolgerebbe anche un politico aquilano.

Ora anche gli ordini professionali chiedono a gran voce “che si facciano i nomi di chi ha chiesto le tangenti”.

“Bisogna rompere il muro di omertà, se il fenomeno esiste bisogna scardinarlo” afferma il presidente dell’ordine degli ingegneri della Provincia dell’Aquila, Paolo De Santis.

“Chi ha parlato con i media vada fino in fondo, faccia i nomi e consenta alla magistratura di capire chi sono i nemici della ricostruzione” aggiunge il presidente dell’ordine provinciale degli architetti, Gian Lorenzo Conti.

AbruzzoWeb in tempi non sospetti, come i lettori ricordano sicuramente, ha scritto di questi argomenti. L’inchiesta sulle anomalie nell’affidamento dei lavori di ricostruzione non è piaciuta a uno degli amministratori di punta, Mauro Basile, che ha querelato per diffamazione questo giornale.

DE SANTIS: “SI FACCIANO I NOMI”

“Se tutto ciò risulta al vero mi chiedo perché non si facciano i nomi delle persone che hanno chiesto questa tangente. Ho appreso dai media di questa vicenda” spiega De Santis.

“Bisogna rompere il muro di omertà e sono convinto che se questo fenomeno esiste così come è stato scritto credo che si arriverebbe ad una sorta di ‘effetto domino’, che farebbe crollare questo castello fatto di corruzione”.

La tangente richiesta all’imprenditore ammonta a 200 mila euro, che non è stata versata ‘per mancanza di liquidità’, ha detto il denunciante ai giornalisti del ‘Fatto’.

“Credo che una cifra simile, 200 mila euro, ‘abbia la coda’, e ci sono tutti gli strumenti, a partire da quelli fiscali, per verificare chi ha potuto sborsare una cifra simile. Non stiamo parlando di bruscolini, e pertanto credo che quelli che possano permettersi di pagarla non siano poi così tanti”.

CONTI: “DENUNCIARE PER INDIVIDUARE I NEMICI DELLA RICOSTRUZIONE”

“Chi ha fatto questo passo ne faccia anche un altro, denunciando alla magistratura chi sono i nemici della ricostruzione” è l’appello di Conti.

“Come tutti ho letto questa notizia: è un fatto gravissimo. Già due anni fa denunciai delle cose, se vogliamo meno gravi ma altrettanto preoccupanti. Mi riferisco ai proprietari che chiedevano lavori extra da far inserire nel computo delle opere da realizzare durante le riparazioni”.

“Ciò che ci tengo a sottolineare è che nella fase attuale che stiamo vivendo della ricostruzione i professionisti hanno un ruolo marginale, nullo direi, rispetto a quello che possono avere amministratori e condomini. Possono fare delle consulenze, ma il loro ruolo si esaurisce là”.

Poi la questione della mazzetta non pagata per mancanza di liquidità: “L’imprenditore dice che non ha pagato perché non poteva sborsare 200 mila euro. Che vuol dire? Che se li avesse avuti li avrebbe pagati? Mi sembra che contraddica tutta la moralità contenuta nella denuncia riportata dai giornali”.

“Mi auguro che la cosa non finisca qui, che si vada fino in fondo. E posso già dire da ora che se dovessero risultare coinvolti nostri iscritti il pugno sarà durissimo. L’ordine non è stato creato per difendere gli interessi di una casta, ma della comunità intera”.

LA DENUNCIA

“Soldi per avere il voto favorevole in assemblea di condominio”: è questa la denuncia di un imprenditore edile impegnato nella ricostruzione dell’Aquila fatta ai microfoni del Fatto quotidiano.
Il costruttore, che ha accettato di essere ripreso ma senza mostrare il volto, ha raccontato ai giornalisti Manuele Bonaccorsi e Nello Trocchia che gli “sono stati chiesti 200 mila euro, per un lavoro da qualche milione. Non ho accettato anche perché non avevo la liquidità”.

“Soldi chiesti anche da un consigliere comunale per oliare le pratiche – riporta Il Fatto – ma l’imprenditore non vuole indicarne il nome”. A chiedere la mazzetta, spiega il costruttore nella video intervista “amministratori di condominio, ingegneri ma anche proprietari”.

Come i lettori di AbruzzoWeb ricorderanno sicuramente, questo giornale ha scritto di questi temi a più riprese in tempi non sospetti, sin dai suoi primi mesi di vita online.
L’inchiesta sulle anomalie nell’affidamento dei lavori di ricostruzione non è piaciuta a uno degli amministratori di punta, Mauro Basile, che ha querelato per diffamazione questo giornale.

L’ARTICOLO DEL FATTO QUOTIDIANO

La denuncia di un imprenditore edile: “Soldi per avere voto favorevole in assemblea di condominio”. Sotto accusa il sistema scelto per gli interventi: nessuna gara pubblica e trattative private
“Ci sono offerte fuori busta per aggiudicarsi i lavori di ricostruzione all’Aquila. Un giro di soldi diffuso ed oscuro. A me ad esempio sono stati chiesti dei soldi per vedermi commissionate alcune ristrutturazioni. A cosa serve? Per avere il voto favorevole nell’assemblea di condominio”.

A parlare così è un costruttore che lavora nel settore edile nel capoluogo abruzzese distrutto dal sisma del 6 aprile 2009.
Da allora la città è un grande cantiere. Ma i lavori vengono assegnati senza gara. A L’Aquila, verranno spesi 7 miliardi di euro attraverso trattativa privata come se si dovesse imbiancare la parete della propria casa o cambiare le piastrelle. In questa maniera sono stati già assegnati 9.381 lavori per le case B e C (con danni lievi) e 7.041 lavori per le case E, (gravemente danneggiate) dove i cantieri non sono ancora partiti.

Le richieste corruttive denunciate dal costruttore, che chiede l’anonimato per timore di non vincere più appalti, gettano molti dubbi sulla modalità scelta per ricostruire la città. Quella dell’indennizzo: ovvero considerare le risorse dello Stato per la ricostruzione come un risarcimento a un privato di un danno. E non come spesa per appalti pubblici.

Per molti era questa l’unica strada per evitare l’indizione di 20 mila gare d’appalto, buste chiuse, commissioni aggiudicatrici e gli immancabili ricorsi. In questo modo dai lavori da poche migliaia di euro fino a quelli che valgono milioni come gli aggregati del centro storico, non si indicono appalti, e ogni proprietario sceglie l’impresa preferita.
Con l’aiuto del proprio amministratore di condominio. Figura, quest’ultima, che diventa decisiva. “Gli amministratori spesso chiedono soldi alle imprese, per facilitare il voto in assemblea”, continua il costruttore. “A me sono stati chiesti duecentomila euro, per un lavoro da qualche milione. Non ho accettato anche perché non avevo la liquidità”, spiega. Soldi chiesti anche da un consigliere comunale per oliare le pratiche, ma il costruttore non vuole indicarne il nome.

L’allarme non è un caso isolato. Il governo ha messo in campo alcuni strumenti di controllo: la tracciabilità finanziaria e la clausola antimafia, ovvero la possibilità di rescindere il contratto in caso di provvedimenti in danno dell’appaltatore, oltre ai controlli a campione degli organi inquirenti e della prefettura. Ma questo fiume di denaro nero è difficile da intercettare: “Il reato di corruzione tra privati – ricorda un inquirente – è molto difficile da perseguire”.

Anche nella relazione della Direzione nazionale antimafia, firmata dai magistrati Diana De Martino e Olga Capasso, veniva lanciato l’allarme sulla ricostruzione: “Truffe aggravate per aver gonfiato illecitamente il progetto dei lavori da eseguire, inidoneo adeguamento alle misure tecniche antisismiche, lavori eseguiti con materiale scadente ed altro ancora, spesso in concorso con gli stessi terremotati o con gli amministratori di condominio”.

Una ricostruzione così viziata da episodi corruttivi, che porta ad una riduzione del livello di sicurezza, visto che le imprese caricheranno i costi della corruzione sui costi della manodopera e dei materiali.
Il disastro è completo se si considera un altro aspetto. “La ricostruzione privata – spiega l’ingegnere Gianfranco Ruggeri, docente all’università dell’Aquila – sta avvenendo con il criterio del miglioramento sismico, con una soglia tra il 60% e l’80%. E non con l’adeguamento che prevedrebbe il 100% di sicurezza antisismica”.
Secondo l’ingegnere, anche lui direttamente impegnato nei lavori di ricostruzione “stiamo montando su una macchina incidentata gomme semi-lisce e non nuove. Non è un buon viatico in termini di stabilità del veicolo”.

La corruzione, dunque, si innesta in un sistema di ricostruzione che tende al risparmio e non garantisce la sicurezza.

Poco dopo il suo insediamento il governo Monti ha stabilito, per i pochi lavori ancora da assegnare, nuove regole e controlli stringenti. Misure tardive, per di più da molti ritenute inefficaci. Come la white list delle imprese pulite, annunciata più volte in pompa magna nelle visite dell’allora primo ministro Silvio Berlusconi.
Una misura mai resa concretamente operativa. Inoltre la prefettura di L’Aquila, che è molto attiva attraverso lo strumento dell’interdittiva antimafia per bloccare gli affari dei clan, compie uno screening delle aziende impegnate nei lavori, ma è difficile controllare un flusso di ventimila imprese.

D’altronde le infiltrazioni delle mafie avvengono attraverso teste di ponte, imprenditori locali risucchiati e alimentati dal denaro sporco del crimine organizzato.
“La maggior parte delle imprese infiltrate da interessi mafiosi – denuncia la Dna nell’ultima relazione – hanno sede altrove, prevalentemente a Roma, in Abruzzo, in Veneto e in Emilia Romagna, almeno per quanto riguarda l’esperienza maturata fin qui”.

I soldi delle mafie si  nascondono, alimentano imprese locali, le cronache giudiziarie hanno raccontato diversi casi di infiltrazione. Emblematico il caso della ditta di Stefano Biasini, imprenditore aquilano arrestato nel dicembre scorso per contiguità con la cosca di ‘ndrangheta Caridi.
La sua impresa non aveva avuto alcun stop prefettizio prima dell’inchiesta. Il padre dell’imprenditore arrestato, Lamberto Biasini, di mestiere fa proprio l’amministratore di condominio. Ha gestito 19 pratiche di ricostruzione, in alcuni casi assegnando gli appalti alle imprese del figli, secondo l’accusa degli inquirenti infiltrate dalle ‘ndrine.

Non solo ‘ndrangheta, ma anche mafia e camorra agiscono con la stessa logica: puntare su imprenditori del posto che da anni lavorano nei territori, insospettabili cavalli vincenti per le holding criminali che vogliono investire e riciclare. E sono molte le imprese che vincono appalti anche milionari, ma che hanno capitale sociale di poche migliaia di euro.
L’Aquila non fa i conti solo con le infiltrazioni, ma anche con diverse inchieste aperte. Oltre a quelle che riguardano i vertici della protezione civile, a partire dalla riunione della commissione grandi rischi, anche sui puntellamenti del centro storico c’è l’attenzione degli inquirenti, puntellamenti ormai scaduti, così come indagini provano a far luce sull’allargamento dell’area del cratere a comuni ed edifici che non ne avevano diritto.

Tra inchieste, corruttela e malaffare all’Aquila, a tre anni dal terremoto, il ritorno alla normalità è solo un miraggio.

LA NOTA UFFICIALE DEL SINDACO

Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, inviando tutta la documentazione giornalistica, ha chiesto alla Procura della Repubblica dell’Aquila di aprire un fascicolo sulla denuncia anonima fatta da un imprenditore al “Fatto quotidiano”, circa i gravissimi fenomeni di illegalità nelle procedure per la ricostruzione, che vedrebbero tra l’altro coinvolto un consigliere comunale.

“Sono particolarmente colpito da queste notizie giornalistiche che delineano gravissimi reati, tali da gettare una luce sinistra sull’intera comunità aquilana sanamente impegnata nell’immane compito della ricostruzione. – ha dichiarato il sindaco Cialente – Ho appena inviato tutta la documentazione da me raccolta al procuratore, affinchè si possa valutare la possibilità di aprire un fascicolo d’indagine. Ricordo che già nel mese di gennaio avevo sollevato il problema, sulla base di voci non comprovate. Rivolgo un pressante appello a tutti gli imprenditori che fossero rimasti vittime di veri e propri tentativi estorsivi, di denunciarli presso la Procura. Lo devono a se stessi, ai loro impegni professionali, ma soprattutto alla Città”.

L’INCHIESTA DI ABRUZZOWEB

L’inchiesta giornalistica di AbruzzoWeb sul fenomeno della guerra tra imprese e le operazioni di “triadi” e “binomi” in due anni ha dimostrato che non sempre l’obiettivo è finalizzato ad assicurare una ricostruzione efficace con l’utilizzo onesto dei fondi pubblici.

Tra le anomalie è emerso che in molti, troppi casi, ad aggiudicarsi appalti sono stati gli stessi attori: l’azienda Mic dell’ex patron del Castel di Sangro dei miracoli, Gabriele Gravina, dirigente della Federcalcio, il progettista Paolo Petrella e Mauro Basile, amministratore di condominio, presidente di una piccola parte di essi in provincia dell’Aquila, uomo di punta nella ricostruzione.
Anomalie, triadi e binomi sono stati denunciati con esposti arrivati in redazione e anche alla procura dell’Aquila, che sta indagando. Escluso, comunque, il collegamento di questi personaggi alle infilitrazioni di criminalità organizzata.

La denuncia di AbruzzoWeb ha comunque provocato la sdegnata reazione di Basile, che si è sentito diffamato dalla puntuale e circostanziata ricostruzione dei fatti di questo quotidiano online che, va sottolineato, non vuole perseguitare nessuno, avendo a cuore solo una ricostruzione legale ed efficiente di un territorio che ha già pagato un tributo molto alto, con le 308 vittime e le profonde sofferenze che ha causato la tragedia del 6 aprile 2009.

Basile, nei confronti del quale nei mesi scorsi hanno preso le distanze numerosi colleghi, ha pensato, inoltrando una querela, di aver chiuso la bocca ad AbruzzoWeb. Ma questo giornale è comunque tornato a occuparsi del problema.