L’AQUILA – “Aspetto che la procura si muova per spiegare tutta la questione e che valuti le denunce per maltrattamenti che ho fatto nei confronti del mio ex marito, ben 8 dal 1994 a oggi”.

A parlare ad AbruzzoWeb è Elzabieta Kazimiera Olejarczyk, la 48 enne di origine polacca tornata in libertà qualche giorno fa dopo essere finita agli arresti domiciliari con l’accusa di stalking nei confronti del figlio aquilano di 21 anni, Federico Nusca, accuse che ha rigettato davanti agli inquirenti.

Secondo il giudice per le indagini preliminari Marco Billi, che ha firmato la misura cautelare chiesta dal pubblico ministero David Mancini, la donna, una ricercatrice universitaria separata dal marito dopo alcuni anni di matrimonio, ha perseguitato a lungo il figlio sia a scuola, sia a casa.

Dopo l’interrogatorio di garanzia, il gip ha disposto la revoca della misura cautelare e l’immediata liberazione della donna alla quale, però, è stato imposto il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dal figlio.

“Federico dovrebbe essere allontanato immediatamente da un padre violento che non gli permette di vedermi da molti anni ormai e non da me”, ribatte invece la Olejarczyk, dando la sua versione dei fatti a questo giornale.

La donna polacca è separata dal marito aquilano dopo una lunga causa di divorzio che vede al centro suo figlio Federico, conteso per oltre 15 anni dai genitori, sballottato tra Polonia e Italia come un pacco postale dai rispettivi tribunali e strappato da piccolo dalle braccia della madre, come lei stessa racconta a questo giornale.

Divenuto maggiorenne, il giovane oggi vive con suo padre, lontano dalla mamma che, dopo alcuni anni passati in Polonia, afferma di essere tornata all’Aquila per cercare di recuperare il rapporto con il figlio anche se questo le ha causato nuovi problemi giudiziari.

E comunque, dice del giovane, “ormai ha subìto profondi danni psichici e non riesce ad avere una normale vita affettiva né con me, né con gli altri. Questo stato d’animo si riflette anche sul suo andamento scolastico”.

La donna racconta che nei giorni scorsi per vederlo, anche solo un paio di minuti, era costretta ad andare ogni giorno all’orario di uscita sotto la scuola, l’Istituto tecnico industriale (Itis) Amedeo D’Aosta, “ma non mi facevano neanche entrare, il personale scolastico mi chiudeva ogni porta!”, impedendole ogni contatto con i professori e con lo stesso figlio.

Una routine disperata e continua, interrotta lo scorso 2 dicembre, dagli arresti domiciliari con l’accusa di stalking.

UNA COPPIA IN LITE, UN RAGAZZO E DUE TRIBUNALI

La coppia si sposa nel 1991 e dopo tre anni nasce il loro primo figlio. Per molti anni Federico vive un inferno domestico, costellato da liti furibonde tra i genitori, impegnati a farsi la guerra anche legalmente, cause di divorzio e denunce penali.

La separazione è particolarmente laboriosa e lenta perché vede contrapporsi due diversi sistemi giudiziari, quello polacco e quello italiano.

In uno scenario del genere è difficile crescere serenamente per il bambino, rimbalzato da un genitore all’altro, in un avvicendarsi di sentenze che lo vedono prima in affidamento alla madre, con una decisione del giudice della Corte d’Appello polacca, e infine al padre, con una sentenza del tribunale italiano.

Nel 1996, dopo aver ricevuto l’affido di Federico dai giudici suoi connazionali, la donna lascia L’Aquila per tornare in Polonia insieme al bambino perché, nonostante la sua laurea in Fisica, nel capoluogo abruzzese non riesce a trovare un lavoro stabile: una mossa che la Olejarczyk paga molto cara, perché il giudice aquilano le toglie l’affidamento, a seguito di una denuncia per rapimento da parte del marito.

Federico viene su senza una vera direzione, oscillando da un affetto all’altro, e sofferente per la separazione da una madre che ama profondamente, ma che è costretta a lasciarlo andare quando, il 15 gennaio 1999, a 5 anni, il console italiano a Varsavia, con i carabinieri, il procuratore e un assistente sociale, lo preleva per riportarlo in Italia.

È da questo momento che inizia il calvario della donna che riesce a vedere suo figlio solo in tre occasioni fino al 2002, quando il tribunale dell’Aquila pronuncia la sentenza di divorzio e la condanna in contumacia per il rapimento di Federico a 1 anno di reclusione con sospensione della pena.

Per paura di essere arrestata la Olejarczyk resta lontana dall’Aquila fino al 2009, quando la Corte d’Appello di Varsavia conferma la sentenza di divorzio del tribunale polacco e affida nuovamente Federico a sua madre. Torna allora in Italia per riprendersi il figlio, ma il tribunale dell’Aquila non riconosce il provvedimento.

Oggi, oltre a una causa per la nomina di un amministratore di sostegno del ragazzo, richiesto dall’avvocato della donna e rigettata dal tribunale aquilano, ci sono in corso altre 8 cause penali e civili, tra le quali due denunce contro il  marito per aggressione, una della donna, l’altra del difensore della Olejarczyk.

Per poter stare vicino a suo figlio la donna è tornata a vivere all’Aquila da quasi un anno e ha preso un’aspettativa dall’Istituto di Varsavia dove lavora come ricercatrice nel campo dell’ingegneria medica.

Ogni giorno, alla stessa ora, continua a tornare sotto la sua scuola per poterlo vedere. Anche solo per pochi minuti.

“In questa lunga storia quello che salta agli occhi è che gli organi giudicanti non abbiano tenuto conto dell’aspetto umano legato alla vicenda – afferma l’avvocato Visconti – Il tutto è stato visto come un semplice procedimento e non di certo come una storia delicata di un bambino che non ha più potuto avere un rapporto con sua madre”.