L’AQUILA – I sostegni di legno posti sulle mensole per evitare la caduta delle bottiglie in caso di scossa sono l’unica differenza che si nota all’interno della cantina del Boss rispetto a prima del 6 aprile 2009.
Per il resto, tutto sembra uguale. O quasi.
Sono passati esattamente tre anni da quell’8 dicembre 2009, quando la storica cantina, uno dei locali più amati dagli aquilani, ha riaperto i battenti. Una giornata che ha lasciato il segno nei cuori e nelle menti di tutti quelli che erano presenti.
Un giorno in cui si è gioito non solo per la riapertura di un luogo a cui molti sono affezionati (e che esiste dal 1931), ma anche perché era un primo segno di ‘ripresa’ del centro storico: il Boss è stato infatti il primo locale a riavviare l’attività ai margini della zona rossa.
Una giornata ricca di emozioni, quell’8 dicembre di tre anni fa, quando molti aquilani si rincontrarono per la prima volta in piazzetta Regina Margherita dopo che il terremoto li aveva separati.
Sotto l’albero di Natale allestito per l’occasione, tutti a scambiarsi gli auguri, ma anche a raccontarsi il proprio 6 aprile e come da allora tutto fosse cambiato.
Oggi le porte del Boss sono chiuse perché è giorno festivo, ma all’interno fremono i preparativi per il Natale.
Mentre si allestiscono le luci e si posiziona l’albero, Pierluigi Massari, uno dei titolari, traccia un bilancio di questi tre anni dalla ‘rinascita’: un bilancio che ha il sapore dolce e amaro di chi è costretto, comunque, a fare quotidianamente i conti con un centro storico, e il suo “brusio”, che non ci sono più.
Rispetto a prima del terremoto, la vostra clientela è cambiata?
Sì, è più ‘bella’. Noto una maggiore curiosità da parte dei giovani nei confronti del vino. Una curiosità sana, che ti porta a voler scoprire ciò che non conosci, ad assaporare nuove cose. Una tendenza che non riscontro invece nei quarantenni, che sono poco propensi alle novità.
Il giovedì è sempre stato ‘giovedì Boss’, con folle oceaniche di studenti a riempire il locale e la piazzetta. È ancora così?
Gli studenti fortunatamente sono rimasti, anche se è evidente che il centro storico è morto. Non c’è più il passeggio, non c’è più la vita diurna. Manca quel ‘brusio’ che si sentiva tra i vicoli, manca vedere la vecchietta che cammina con il bastone per il corso. Non c’è più nulla ora.
Cosa ne pensa delle polemiche relative alla movida notturna, spesso identificata come violenta ed eccessiva? Dal suo punto di vista, i giovani bevono davvero più di prima?
C’è un problema di fondo: un centro non rinasce se i giovani sono indotti a venirci di sera solo perché qui si beve. Non può esserci una sana movida in un centro storico fatto di macerie. I giovani sono ovviamente disorientati. C’è anche da dire che all’Aquila si è sempre bevuto tanto.
Dove si è sbagliato, secondo lei?
Innanzitutto mancano le regole. I locali dovrebbero autoregolamentarsi, come facciamo noi che tutte le sere chiudiamo alle 22. Forse un errore è stato anche quello di concentrare tanti, troppi locali, in una sola zona.
Lei prima viveva in centro, proprio sopra la cantina. Il terremoto l’ha costretta a spostarsi altrove. In futuro crede di tornare a vivere qui?
Non tornerò mai. E questa è stata una decisione molto sofferta per uno come me che si considera innanzitutto uno di via Castello, poi aquilano, poi abruzzese e infine italiano. In centro non tornerò mai a vivere, perché non credo che con questo modo di fare riavremo mai il nostro centro storico.



