L’AQUILA – “Tutti gli aquilani vorrebbero vedere che dalle loro manifestazioni nascesse qualcosa di più concreto e spesso non si vede. Nel Friuli c’è stato un popolo unito e concorde, da noi questo è mancato. Non do colpa agli aquilani, è mancato qualcuno che sapesse raccogliere e incanalare gli sforzi di tutti”.
Le divisioni hanno frenato la ricostruzione, le divergenze di pensiero e di volontà che non trovano mai una sintesi costruttiva oggi rallentano L’Aquila e la condannano al pantano.
Questo il pensiero dell’arcivescovo metropolita del capoluogo, monsignor Giuseppe Molinari, che viene condiviso con concetti molto simili anche dal vescovo ausiliare, monsignor Giovanni D’Ercole.
Due presuli molto diversi per stile e background, nessuno dei due fatica ad ammetterlo, ma che assicurano di lavorare solo per il bene della comunità, e più nello specifico di quella cattolica, che si trovano a guidare.
Per il giorno di Pasqua AbruzzoWeb li ha intervistati entrambi, facendo in generale il punto sulla ricostruzione, sull’Aquila e perfino sulle prossime elezioni amministrative.
“Le nostre divisioni ci hanno penalizzato – ammonisce l’arcivescovo – prima di tutto le divisioni politiche: qualcuno vuole in modo onesto pensare alla ricostruzione, qualcuno vuole guadagnarci in modo disonesto”.
“Sant’Agostino – cita Molinari – diceva che non si devono ricostruire solo i muri ma anche gli animi delle persone. È importante per tutti quelli che hanno responsabilità pubbliche ridare speranza partendo anche da un nuovo e diverso stile di vita, dal rispetto reciproco, dal cercare il bene comune e mettere da parte ogni interesse egoistico”.
Quanto alle elezioni, potrebbero essere “un’occasione seria, a patto che gli aquilani sappiano fare le scelte giuste. Se le cose sono state fatte, si sa chi le ha fatte, se non sono state fatte, si sa chi non le ha fatte”.
Una panoramica poi sull’arcidiocesi, e Molinari ammette che “i problemi ce li hanno tutti, anche la chiesa dell’Aquila, immaginata come una grande organizzazione ma in fondo è una piccola realtà, non è un ministero. Spesso però si guarda solo qualche albero storto e non si guarda più il bosco”.
Infine l’appello a seguire l’esempio delle prime comunità cristiane: “Mettevano ogni cosa in comune e nessuno era in stato di necessità”. Non sarà mica comunismo? “No, parte da presupposti diversi”, conclude.
“All’Aquila c’è una tendenza spesso alle contrapposizioni – rincara monsignor D’Ercole – cioè ad atteggiamenti che in una società normale possono essere superati ma in una condizione come questa, in cui è necessaria una convergenza, non fanno bene a nessuno”.
L’esempio è facile. “Se guardo le elezioni, ci sono nove candidati sindaci (in realtà alla fine saranno otto, ndr) e 22 liste – ricorda il vescovo ausiliare – ma non stiamo parlando di una città con 4 milioni di abitanti. Tutti convergano verso un’unità d’intenti altrimenti la ricostruzione resterà una promessa che si rimbalza da un anno all’altro”.
Quanto all’arcidiocesi, anche per D’Ercole “dire che tutto va bene sarebbe una pia illusione e una grande delusione, ma dire che tutto va male sarebbe un pessimismo esagerato e anche ingiusto. Non dimentichiamo che come prima cosa si soffre il terremoto”.
“Ci sono divisioni ma non spaccature – prosegue parlando della curia – ci sono differenze di opinioni che sono legittime e anche necessarie: un blocco monolitico non concepisce nulla di interessante, per fare un figlio un uomo e una donna, due diversità. L’importante è che la diversità non diventi eresia, un’imposizione del mio pensiero”.
E il rapporto tra lui e Molinari? “Siamo diversi, se non altro per età, formazione e carattere. Ci accomuna la cosa più importante, servire la comunità con stile diverso ma soprattutto amore. Spesso si sottolinea la diversità e da questa lo scontro. No. Fa parte del mio background culturale superare le difficoltà e comporle”, assicura.
Infine la “carriera”. “Cosa farò in futuro? È una domanda da porre a Benedetto XVI, che mi ha detto ‘vai lì’ e noi siamo figli dell’obbedienza. Qui ho incontrato difficoltà ma ci sto bene e ho incontrato gente a cui mi sono affezionato. Se mi dicessero cosa vorresti fare tu – conclude D’Ercole – direi che vorrei rimanere qui, ma non dipende da me”.



