L’AQUILA – All’Aquila, in viale Duca degli Abruzzi, l’aria è di quelle malsane.
Basterebbero le ossa di un gatto sbranato sul marciapiede in mezzo a rami caduti giù da tigli malati (e numerati) a rendere insopportabili i giorni di chi in zona vive e lavora, ma il tour di una delle vie più importanti del capoluogo abruzzese, oggi ‘vena’ buona tra intere aree di macerie lasciate in eredità dal terremoto del 2009, riserva molte sorprese in più.
Tanto per cominciare un ramo tiglio è stato sistemato sul marciapiede da un cittadino, dopo essere finito sulla strada.
Fosse passato qualcuno (e qualcuno su quella strada passa, specie dopo l’apertura della facoltà di Lettere, che è lì a pochi passi, senza contare l’Opera Salesiana ‘San Giovanni Bosco’), sarebbe stato centrato in pieno. E poi, a parte la scandalosa situazione in cui versano alberi dall’aspetto pietoso su tutto il viale, stracarichi di foglie malaticce, su questa arteria storica e ancora importante per la viabilità della città pur ‘rimaneggiata’ dal sisma si trova qualsiasi cosa, si respira male, si intravedono pure gatti da ricovero ospedaliero. E molto altro ancora.
Da clamorosi escrementi che non hanno ceduto neppure alla pioggia degli ultimi giorni, a rifiuti vari, a vecchi giacconi per l’inverno usati da chi qui intorno viene a passare la notte, in qualche angolo diroccato, ad altre carcasse di animali in mezzo alle foreste cresciute all’interno dei palazzi e delle case inagibili. Se si è fortunati, si possono ‘ammirare’ anche dei rapaci che si fiondano su questo luogo infetto, perché c’è di sicuro un bell’animale morto da spolpare.
“Un pomeriggio si è presentato un falco – racconta un professionista che ha riaperto lo studio dopo il sisma – io e un vicino siamo rimasti a bocca aperta. Sapeva dove stava andando, ha puntato una parte ben precisa. Qui da mangiare ce n’è in abbondanza, i rapaci trovano parecchia roba per i loro gusti”.
Due studentesse che abitano sul viale escono di casa, pochi passi e sono all’incrocio con via Roma deserta e silente: si guardano attorno per decidere da quale parte andare, non è che ci sia molta scelta. Le accompagna un ronzio partito a un quarto alle 18: le luci dei lampioni che si accendono sotto un sole ancora forte, un sole forte di maggio. “Vanno in automatico”, spiega l’uomo, che lavora a due passi da una piazza San Pietro a Coppito ancora incerottata a cui si può accedere spostando le ridicole transenne della zona rossa.
Tutt’intorno è una disgrazia di post-sisma da film apocalittico, se non ci si perde di tanto in tanto in queste zone infestate da insetti degni di una giungla, non ci si può rendere conto.
Un posto sporco, lercio, morente. Occhio, però, perché il terremoto tra le sue tante ‘fregature’ annovera l’abitudine ai danni che crea.
Ricostruire, in tal caso, equivale a restituire un’aria e un aspetto degni di una città come si deve, ma in attesa della ricostruzione si può fare il minimo che significa molto: pulire e mettere in ordine.
Perché l’estate è alle porte, il caldo farà il suo dovere e i cittadini, gli studenti, i lavoratori che abitano e frequentano il viale subiranno gli effetti dannosi di una ex gloriosa strada, con l’affresco di San Cristoforo lasciato a marcire tristemente tra fili elettrici pendenti e incuria, incastonato in vicoletti medievali che fino a poco tempo fa hanno rappresentato al meglio la storia di una città di una bellezza sfolgorante.
Quel che resta dell’Hotel Duca degli Abruzzi, con la sua sala conferenze e il suo giro di macchine e di clientela, laggiù, alla fine del viale, sembra addirittura un altro universo: lì c’è il ponte Belvedere, chiuso dalla notte del terremoto di quattro anni fa.
Se ci andate, vi sembrerà di trovarvi alla fine del mondo. Nonostante la sede della Corte dei Conti poco distante.





