L’AQUILA – Una serie di ‘no’ ha condito l’analisi del dibattito promosso all’Aquila dai firmatari dell’appello ‘Mobilitiamoci per l’alternativa a Mario Monti e al Montismo’, nel tendone di piazza Duomo, all’Aquila, al quale hanno preso parte Giorgio Cremaschi, presidente del comitato centrale Federazione Impiegati Operai Metallurgici (Fioma) e Maurizio Donato, docente di Economia politica dell’università di Teramo, nell’ambito del ‘giro’ del comitato “Noi no debito Fermiamoli, no all’austerità permanente”.

Al centro del dibattito, fra i tanti temi, spiccano la campagna per i referendum sul lavoro per il ripristino dell’articolo 18 e per l’abrogazione dell’articolo 8 di Sacconi, e la manifestazione nazionale contro le politiche del governo Monti, ‘No Monti Day, del prossimo 27 ottobre.

“Il caos che stiamo vivendo me l’aspettavo – ha detto Cremaschi ad AbruzzoWeb – fin dall’11 novembre del 2011, giorno dell’entrata di Mario Monti nel governo italiano. Sono tra i pochi che non sono scesi in piazza per la cacciata di Silvio Berlusconi e non certo perché sia un suo estimatore, ma perché sapevo cosa avrebbe fatto Monti. Il programma del nuovo governo era scritto, c’era la lettera firmata da due uomini-chiave della Bce presente e passata come Mario Draghi e Jean-Paul Trichet inviata a Silvio Berlusconi il 4 agosto. L’austerità, i tagli, era tutto previsto. Da quel momento siamo entrati in una fase di commissariamento. Monti è nato con quel programma, un programma che sta distruggendo l’Europa. Sono diverse le dosi, ma la medicina è la stessa. Alla Grecia sono state date dosi da cavallo che l’hanno ammazzata, a noi non ancora così massicce, però sono in aumento. Più aumenta la crisi, più si taglia. Una spirale mortale”.

L’Europa unita sembra non funzionare, si respira un’avversione sempre maggiore nei confronti di questa istituzione. Crede che sia possibile cambiare la struttura dell’Unione e, passaggio per molti economisti fondamentale, riformare la Banca centrale europea?

Non credo che le istituzioni europee si autoriformino, possono solo essere rovesciate. La Bce è nata con il compito di prestare i soldi alle banche e non agli Stati, una delle ragioni di questa crisi. Se le banche continuano a comprare a caro prezzo per gli Stati il debito pubblico degli Stati stessi, allora non c’è speranza di cambiare le cose. Tutta la cornice europea si fonda su basi di austerity e di liberismo, quindi non possiamo aspettarci qualcosa di diverso, anche se fino agli anni ’80 si parlava di Europa con basi democratiche. Col tempo, è diventata una tecnocrazia bancaria che sta distruggendo le democrazie europee. Il che significa distruggere l’Europa.

Il tessuto industriale italiano è tra i più a rischio del panorama del vecchio Continente.

Se non si fanno altre scelte, finirà come quello greco. Una parte salterà, quella che reggerà verrà acquistata a due soldi dalle multinazionali.

In Italia, secondo lei, esistono delle figure politiche capaci di opporsi a questa fine?

No. Il parlamento italiano, a stragrande maggioranza, da Bersani, a Berlusconi, a Casini, ha votato accordi europei come il Fiscal Compact, un quadro rigidissimo di impegni. Chi ha firmato sa di non poter mantenere promesse come quelle sull’eliminazione dell’Imu o sul salvataggio delle pensioni, perché quelle due voci, come molte altre, sono nel Fiscal Compact, quindi sono in tutto e per tutto delle misure del governo Monti. Le prossime elezioni rischiano di essere ricordate come le più finte della storia d’Italia.

L’Abruzzo e L’Aquila, se la sua analisi è corretta, rischiano di regredire e di ‘imporsi’ come un territorio sottosviluppato?  Il futuro del capoluogo terremotato e di realtà lavorative come la Fiat tengono banco sul tavolo delle questioni più importanti.

Ho visto in quali condizioni è ridotta questa città, una grande città. Si vede qualche cantiere qua è là, ma il grosso non parte. L’Aquila rischia di diventare un esempio della vergogna italiana. So che ci sono zero euro nella cassa depositi e prestiti. Mi colpisce, oltre alla distruzione, l’assenza di lavoro. Qui c’è un’enorme occasione di lavoro, ma senza soldi pubblici e finanziamenti non si ricostruisce nulla. Se i soldi continuano ad andare alle banche, scordiamoci la salvezza dell’Aquila e d’Italia. Sulla Fiat non mi illudo, perché le promesse targate Fiat sono sempre finte. Non sono in grado di dire se pagherà di più la Sevel, o se finiranno male altre realtà del Mezzogiorno italiano. Siamo alla roulette russa, una situazione in cui ognuno spera che la disgrazia capiti all’altro. O si mette in discussione questo modello di sviluppo, quindi il capitalismo, e la politica che ne consegue, oppure continueremo a degradare.